Di cosa ha paura l'industria del latte?

Chi si oppone al cambiamento lo fa generalmente per due motivazioni principali: la diffidenza nei confronti del nuovo o la difesa dei propri interessi. La storia che stiamo per raccontarti oggi ha senza dubbio a che fare con la seconda.

Dairy Reporter, uno dei siti web di riferimento dell’industria lattiero-casearia americana, ha pubblicato il resoconto di una conferenza del settore tenutasi qualche giorno fa a Chicago, una conferenza in cui alcune personalità chiave di quest’industria hanno discusso le difficoltà e le sfide che le aziende stanno affrontando in questo momento.

Fra queste, le alternative di origine vegetale hanno avuto un posto in primo piano. Nel suo intervento, l’amministratore delegato di Select Milk Producers Mike McCloskey ha riassunto la questione come segue:

 

“Credo che la minaccia sia molto seria. Negli ultimi anni alcune persone si sono appropriate dell’identità del latte e noi, come industria, abbiamo ignorato il problema senza dare la risposta che avremmo dovuto dare”.

 


 

Questa dichiarazione, come tutti gli altri interventi sulle alternative vegetali, va letta in un quadro più ampio.

 

Di questi tempi l’industria lattiero-casearia non naviga in buone acque. I motivi sono diversi, ma uno di questi è sicuramente la fetta di mercato sempre più ampia che guadagnano anno dopo anno le bevande a base vegetale, a scapito dei consumi di latte vaccino.

 

ph: Jo-Anne McArthur / Animal Equality

 

Nel disperato tentativo di arginare questo fenomeno, alcuni membri del Congresso Americano provenienti da stati dove le lobby dei produttori di latte sono molto forti hanno recentemente proposto il Dairy Pride Act (letteralmente "Orgoglio Caseario") con l’obiettivo specifico di impedire ai produttori di latte vegetale di utilizzare, appunto, il termine “latte” nelle proprie diciture.

 

ph: Jo-Anne McArthur / Animal Equality

 

L’industria del latte ha buoni motivi per preoccuparsi: la popolarità delle alternative vegetali sta crescendo ad un ritmo impressionante. Solo in Italia, le vendite di latte vegetale nel 2016 hanno registrato un +19%, mentre quelle di latte e derivati hanno segnato un -3.2%.

Oltreoceano, la direzione è la medesima: su Instacart, un colosso della vendita di prodotti alimentari online statunitense, ha dichiarato che le ricerche di latte vegetale da parte dei propri iscritti sono lievitate del 222%.

Potremmo anche menzionare il caso di Elmhurst Dairy, un’azienda casearia newyorkese, che, dopo 90 anni sulla vetta del settore, ha chiuso i battenti delle proprie stalle per riaprire poco dopo nelle vesti di produttore di latte 100% vegetale.

 

ph: Jo-Anne McArthur / Animal Equality

Possiamo considerarla una buona notizia?

Assolutamente sì. Cali di vendite di questo tipo si riassumono in minori investimenti e questo, nel concreto, si traduce in un numero minore di animali fatti nascere appositamente per essere sfruttati dall’industria alimentare.

 

 

Le mucche, animali simbolo dell’industria casearia, sono costrette a vivere in condizioni abominevoli. I vitelli vengono strappati alle loro madri dopo pochissimo tempo: mentre i maschi vengono uccisi a pochi mesi di vita per la loro carne, le femmine sono trattate per tutta la loro vita alla stregua di vere e proprie macchine per la produzione di latte, prigioniere di un ciclo di abuso costante: per far sì che le loro mammelle continuino a produrre latte, esse sono infatti ingravidante a ritmi fisicamente insostenibili e costantemente strappate ai propri figli subito dopo ogni parto. Non appena la loro produttività cala, dopo 4 o 5 anni di sfruttamento, anche loro sono infine mandate al macello.

 

Fortunatamente, tu puoi fare qualcosa per spezzare questo ciclo di violenza e passare ad uno stile di vita più salutare ma soprattutto più compassionevole: scopri come con la nostra guida LoveVeg!