Per salvare la Terra, dobbiamo smettere di mangiare carne?

Durante la Settimana del Pianeta Terra è giusto chiedersi come fare per combattere le attività umane che stanno distruggendo il nostro pianeta.

Proprio in questi giorni si sta celebrando la Settimana del Pianeta Terra, un festival nazionale nato con lo scopo principale di scoprire e valorizzare il nostro patrimonio geologico e naturale, che è inestimabile.

Eppure, questo patrimonio rischia di sparire per sempre: la terra da anni sta soffrendo a causa dell’intenso sfruttamento da parte dell’uomo delle sue risorse. Lo vediamo ormai quasi quotidianamente, con i cambiamenti climatici che sconvolgono il meteo, lo vediamo nelle immagini degli incendi che devastano zone come l’Amazzonia, ma anche l’Australia e la California. 

Come fare per fermare tutto questo?

Tutto quello che facciamo ha un impatto più o meno diretto sul nostro Pianeta e sugli esseri viventi che lo abitano e ci sono scelte che influiscono ancora più di altre. 

Se vogliamo pensare a quale impatto abbiamo sul pianeta terra, dovremmo iniziare col porci la domanda, cosa scegliamo di mangiare?

Sì perché c’è un’industria che, da sola, è responsabile di gran parte dei problemi che stanno sconvolgendo il nostro pianeta: l’industria alimentare, in particolare quella che sfrutta e uccide ogni anno miliardi di animali. 

L’impatto ambientale dell’industria della carne

Stando ai dati FAO – The Food and Agriculture Organization, il 15% circa delle emissioni di gas serra, a livello mondiale, è riconducibile agli allevamenti intensivi e ad attività a essi correlate. E un recentissimo report di Greenpeace, relativo però solo all’Europa, sembra confermare il trend: stando allo studio le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresentano il 17% delle emissioni totali dell’Ue, più di quelle di tutte le automobili e i furgoni in circolazione messi insieme. 

Gli allevamenti intensivi sono complici della diffusione nell’atmosfera di gas come il monossido di carbonio, ma anche gas più pericolosi come il metano e il protossido di azoto. 

Seppure questi dati siano già allarmanti, non bastano a spiegare il terribile impatto degli allevamenti intensivi sul pianeta. Sì, perché questi gas non si disperdono solo nell’atmosfera; quando grandissime quantità di liquami vengono infatti disperse nell’ambiente circostante – sia in modo legale che illegale – il letame che si decompone, parlando di quantità così grosse, va a contaminare anche la nostra falda acquifera. 

Guarda la nostra ultima investigazione sull’impatto dello smaltimento dei liquami:

L’acqua non viene solo inquinata dagli allevamenti intensivi, viene anche sprecata: secondo una ricerca condotta dal professor Arjen Hoekstra, Il consumo di prodotti animali costituisce più di un quarto dell’impronta idrica dell’umanità. 

Basta pensare che per produrre 1 kg di carne bovina occorrono 15.415 litri di acqua, mentre servono 322 litri di acqua per produrre un kg di vegetali, o 1.644 litri per produrre un kg di cereali.

Esiste un’analisi dettagliata della Carbon Footprint totale delle fonti di proteine più comunemente diffuse, siano esse carne, formaggi o vegetali. Ovvero un’ “impronta”, un tesserino che ci fa capire quale impatto ha quella determinata fonte di proteine sull’ambiente. 

Secondo questa lista, agnello, manzo e formaggio occupano in questo ordine le tre posizioni più inquinanti. La lista procede poi includendo carne di maiale, salmone d’allevamento, tacchino, pollo, tonno in scatola, uova per poi terminare con patate, riso, burro di arachidi, noci, broccoli, tofu, fagioli secchi e lenticchie.

Incendi che sconvolgono il mondo

Negli ultimi anni abbiamo purtroppo più volte assistito a scene terribili di incendi che hanno devastato grandi foreste del nostro pianeta.

Uno dei casi più eclatanti, e per cui anche molti volti noti si sono esposti, è stato quello degli incendi in Amazzonia nell’estate del 2019. In realtà anche se con meno eco mediatica rispetto allo scorso anno la foresta pluviale in Amazzonia continua a bruciare. Nel mese di giugno 2020 gli incendi sono aumentati circa del 20% rispetto al giugno scorso. 

Il destino della foresta pluviale è legato a doppio filo al nostro stile di vita alimentare: perché? La colpa è della soia, o meglio, la colpa è degli animali che mangiano miliardi di tonnellate di soia, ovvero quelli chiusi negli allevamenti di tutto il mondo.

Il Brasile è il primo produttore di soia al mondo, ne produce circa  200 milioni di tonnellate all’anno, e la esporta in tutto il mondo, ma solamente il 6% è destinato al consumo umano, il 3% al combustibile biodiesel, il restante 91% è destinato a mangimi e farine per il consumo animale. L’Italia ad oggi importa 1,3 milioni di tonnellate di soia da destinare principalmente ai mangimi nell’industria dell’allevamento. Secondo le stime riportate dalla Camera di Commercio, la metà di questa soia arriva solo ed esclusivamente dal cuore del Brasile.

Guarda la nostra investigazione a Parà, Brasile, nel cuore della foresta bruciata:

Non è solo la produzione di soia la colpevole della deforestazione: il Brasile, infatti, è anche il primo esportatore di carne bovina al mondo e anche in questo caso la domanda continua a crescere. 

Per allevare bovini destinati all’industria della carne è necessario fare spazio, ed ecco perché gli allevatori bruciano parti di foresta da destinare a terreni da pascolo per gli animali. Questo genere di deforestazione è un fenomeno in atto da almeno 30 anni in Brasile, ma che negli ultimi tempi – complici anche le politiche del governo Bolsonaro – ha subito un’accelerazione. 

Non è solo l’Amazzonia a bruciare, lo scorso inverno infatti, altre immagini hanno fatto il giro del mondo: quelle degli incendi in Australia. 

Queste incendi sono di natura profondamente diversa da quelli che devastano la foresta pluviale: l’Australia è un continente enorme che ha sempre dovuto fronteggiare il problema di roghi spontanei – i diretti responsabili sono le alte temperature e i forti venti – tuttavia la portata degli incendi del 2019 è qualcosa di mai visto prima. 

La colpa di questo fenomeno straordinario, che in Australia ha portato a registrare addirittura la giornata più calda nella storia, possono essere i cambiamenti climatici che portano ad un innalzamento delle temperature e fanno quindi alzare il rischio incendi in zone già altamente colpite da questi fenomeni, come abbiamo descritto in un articolo dedicato al tema; il cambiamento climatico che, come abbiamo visto, è strettamente legato alla produzione globale di alimenti di origine animale.

I nostri mari, vuoti entro il 2030?

Anche nel mondo sommerso dalle acque le cose stanno cambiando, ma purtroppo non in positivo, e anche in questo caso l’industria della produzione alimentare gioca il suo ruolo fondamentale. 

Parliamo di pesca e itticoltura, due delle principali cause di inquinamento dei mari oltre che minacce alla salvaguardia delle specie marine. 

Ogni anno preleviamo dai nostri oceani tra le 90 e le 100 milioni di tonnellate di pesce. Se non invertiamo questa tendenza entro il 2048 nei mari e negli oceani potrebbero non esserci più tutte le specie marine che conosciamo. Il problema è la pesca: troppo sfruttamento che non lascia il tempo alle specie di “sostituire” gli individui pescati con nuovi nati e conduce progressivamente all’esaurimento delle specie. A pagare il prezzo più alto di tutto questo, infatti, sono i pesci. Queste creature incredibili, troppo spesso considerate come poco intelligenti o incapaci di emozioni, sono vittime di torture atroci e condannate a subire terribili sofferenze. 

Guarda come muoiono i pesci nei mari italiani:

La pesca non è l’unico problema, per contrastare l’effetto dell’overfishing, infatti, ad un certo punto si è pensato di allevare i pesci, al posto di pescarli. Gli allevamenti intensivi di pesci hanno le stesse logiche e problematiche degli allevamenti intensivi di bovini, maiali, galline, polli e tutti gli altri sfruttati dall’industria alimentare. In queste strutture i pesci vivono in vasche in terra o gabbie di rete in mare, in cui vengono fatti riprodurre e crescere. 

Gli allevamenti ittici hanno anche un enorme impatto ambientale. Questi rilasciano nell’ambiente che li circonda enormi quantità di rifiuti: cibo, escrementi, batteri, antibiotici ed altri composti chimici come i disinfettanti. Questi rifiuti intossicano il mare, i terreni e di conseguenza la fauna e la flora che circonda gli impianti ittici, con gravi ripercussioni sull’ecosistema marino.

Un ulteriore problema per i pesci, ma anche per i mari e gli oceani del mondo è che negli allevamenti intensivi di pesci di specie carnivore (come ad esempio i salmoni) si utilizzano enormi quantità di “pesce da foraggio” e di farina e olio di pesce per l’alimentazione degli animali. La maggior parte delle specie ittiche allevate sono carnivore. Per produrre 1 kg di salmone allevato ci vogliono fino a 3 kg di pesci selvaggi.

Naturalmente questi pesci destinati a diventare “mangime” arrivano dalla pesca intensiva, e vanno quindi a incrementare l’effetto dannoso di questa pratica sugli ecosistemi marini, mettendo a rischio le riserve naturali di pesce.

Siamo di fronte ad un cane che si morde la coda, e non finisce qui! Cosa può esserci ancora?

La pesca intensiva è anche complice della dispersione della plastica nel mare: secondo un rapporto di Greenpeace del 2019 gli attrezzi da pesca che vengono persi o abbandonati costituiscono la maggior parte dell’inquinamento da plastica nel mare! Molto più di cannucce e bottigliette di plastica, una cosa su cui riflettere.

Cosa possiamo fare per cambiare le cose?

È sbagliato pensare che il cambiamento climatico e la conseguente perdita di biodiversità sia un problema che riguarda altre specie viventi. È sbagliato credere che quello che facciamo come singoli individui, e come collettività, non abbia impatto sull’intero pianeta.

La soglia di +1,5 ° C di riscaldamento terrestre “consentito” indicata dall’UNEP, se superata, scatenerebbe terribili conseguenze per l’ecosistema naturale, distruggendo interi habitat e tutti gli animali che li popolano. La terra come la conoscevamo, potrebbe cambiare e questo avrebbe conseguenze sulla vita di tutti noi, questo è in primis un problema della nostra specie, quella umana.

Arriverà un momento nel futuro in cui le nuove generazioni si domanderanno perché abbiamo permesso che la situazione precipitasse in questo modo, perché non ci siamo presi cura della cosa più preziosa che abbiamo, della nostra casa?

A quel punto non varranno più le scuse, non potremo dire che non sapevamo abbastanza, o che non avevamo il potere di prendere decisioni fondamentali per cambiare le cose e nessuno potrà esimersi dal chiedere a sé stesso perché non ha avuto il coraggio di cambiare, di fare qualcosa quando era in tempo per farlo. 

Ora sei in tempo per fare qualcosa, basta qualche piccolo cambiamento nello stile di vita di ognuno di noi. Tre volte al giorno, abbiamo l’occasione di scegliere che cosa mangiare, che cosa mettere nel nostro carrello della spesa, quali industrie finanziare.

Scegliere consapevolmente significa scegliere di costruire un futuro migliore per gli animali, ma anche per il pianeta e per tutte le persone.