Tutto quello che non torna sulle critiche al divieto di macellazione degli equidi
Da quando le proposte di legge delle Deputate Susanna Cherchi (M5S), Luana Zanella (AVS), Eleonora Evi (PD) e Michela Brambilla (Noi Moderati) sono state assegnate alla Commissione Agricoltura alla Camera, le critiche di alcuni esponenti politici e rappresentanti del settore zootecnico hanno alimentato allarmismi e diffuso affermazioni fuorvianti.
A livello mediatico si parla di un’Italia divisa tra chi sostiene il divieto e chi si oppone. Ma i dati Ipsos che abbiamo pubblicato raccontano un’altra storia: del 92% degli Italiani consumatori di carne, solo il 17% dichiara di mangiare carne di cavallo almeno una volta al mese, una tendenza in calo, a cui si contrappone una forte empatia per questo animale, che convince la maggior parte degli Italiani a non consumare la sua carne.

Se gli Italiani sono uniti su questo fronte e la politica dovrebbe ascoltarli, c’è chi prova a confondere le acque. In questo articolo smentiamo le principali critiche emerse, per svelare ancora una volta i gravi problemi connessi alla macellazione degli equidi e alla produzione di carne equina in Italia, una realtà che Animal Equality denuncia da tempo e su cui nel 2023 abbiamo lanciato una campagna per chiedere al Governo di riconoscere gli equidi come animali d’affezione.
Perché le critiche della politica non reggono
Innanzitutto è necessario specificare che i principali detrattori delle proposte di legge appartengono a Fratelli d’Italia (FDI), lo stesso partito che nella precedente legislatura aveva depositato una proposta di legge che chiedeva proprio la fine della macellazione degli equidi.
La prima firmataria della proposta in questione è Paola Frassinetti, attuale Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Istruzione e del merito, che nel 2020 insieme a diversi colleghi, tra cui la deputata Augusta Montaruli, attuale Vicepresidente di FDI alla Camera, chiedeva di istituire delle “norme per la tutela degli equini e il riconoscimento della qualifica di animale agricolo e di affezione”.
Insomma, alcuni anni dopo tutto è cambiato: Fratelli d’Italia oggi critica una proposta sostenuta in precedenza dallo stesso partito, schierandosi questa volta apparentemente dalla parte del settore zootecnico. Tra chi critica le attuali proposte di legge, infatti, c’è soprattutto chi afferma che il divieto di macellazione possa svantaggiare la filiera nazionale della carne equina.

“Se si vieta la macellazione in Italia, la carne continuerà ad arrivare dall’estero, da paesi con regole meno rigide. O peggio potrebbe alimentarsi un mercato nero interno alla nazione. Non avremo salvato un cavallo, ma avremo distrutto posti di lavoro e regalato il mercato a chi non rispetta standard di sicurezza, qualità e benessere animale” ha detto Salvo Pogliese, senatore di Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Catania.
Su circa 23mila cavalli macellati lo scorso anno, 8mila arrivano dall’estero. Se oltre un terzo della carne di cavallo è attualmente importata “da paesi con regole meno rigide”, come afferma Pogliese, questo significa che la politica è al corrente dell’esistenza di importazioni rischiose dall’estero e ammette che queste carni possano finire sulle tavole dei consumatori.

Invece di convivere con il mercato clandestino legato alla produzione di carne equina, questo andrebbe denunciato. Le conseguenze non fanno male solo agli animali ma rappresentano una minaccia per la salute pubblica.
I problemi legati alla macellazione dei cavalli esistono d’altra parte anche nella filiera nostrana, come dimostrano le recenti indagini dei NAS di Perugia, che hanno permesso di scoprire un enorme traffico di cavalli macellati illegalmente in Puglia. Così come abbiamo documentato attraverso la nostra inchiesta in un macello dell’Emilia-Romagna, i fatti dimostrano quindi che anche i cavalli macellati in Italia non sono al riparo dagli abusi.
Guarda la nostra inchiesta in un macello equino in provincia di Reggio Emilia:
La mancanza strutturale di controlli e i problemi per la salute pubblica
La mancanza di controlli adeguati nella filiera della carne equina è evidente e dimostrata. Umberto Gorra, presidente di Confagricoltura, sezione Piacenza ha affermato: “Gli allevamenti operano nel rispetto di normative nazionali ed europee in materia di benessere animale, tracciabilità e sicurezza alimentare. Si tratta di attività sottoposte a controlli continui, che garantiscono standard elevati lungo tutta la filiera”.
Eppure, come dimostrano i NAS nel “Resoconto delle attività svolte nel 2025”, le attività criminali attorno alla produzione di carne equina continuano a prosperare. I NAS hanno infatti smascherato in questi anni un sistema di macellazione illegale di cavalli non destinati alla produzione alimentare e riscontrato la presenza di cavalli che sarebbero entrati nella filiera privi di qualunque microchip, necessario per il monitoraggio.

Questo significa che, nonostante il tanto decantato Made in Italy e le normative in vigore, esistono delle zone grigie in cui la malavita organizzata investe energie e risorse e in cui le attività a tutela della legalità e della salute pubblica sono ancora insufficienti. Se il mercato parallelo clandestino è forte, la stessa filiera legale non è al sicuro.
In assenza di un adeguato controllo sull’origine dei cavalli macellati, i casi di cavalli usati nel settore ippico che vengono destinati al consumo alimentare anche se non potrebbero sono frequenti, come documenta uno studio condotto negli Stati Uniti. Secondo questa ricerca, l’uso di farmaci non compatibili con la salute umana sui cavalli lascia residui nelle loro carni che possono provocare danni gravi e anche letali a chi li consuma.

La tradizione culinaria italiana è davvero a rischio?
“Vietare il consumo di carne equina significherebbe cancellare un pezzo della storia della cucina italiana, Patrimonio dell’Umanità, e anche dell’identità di alcuni territori. Per questo, non posso condividere le proposte di legge in discussione alla Camera, che vanno in questa direzione” dice Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato e senatore della Lega.
Un punto di vista condiviso anche dal deputato Francesco Bruzzone (Lega), relatore in Commissione Agricoltura delle proposte di legge, che nonostante il ruolo centrale nell’iter legislativo parla di “Una follia ideologica, che non tiene conto delle nostre eccellenze territoriali e delle nostre tradizioni, anche gastronomiche”.

Critiche simili arrivano anche dal sindaco di Catania, Enrico Trantino: “Seppur comprensibile il rispetto per gli animali d’affezione (bisognerebbe capire come e chi stabilisce quali specie lo siano) non si può pensare di globalizzare antiche tradizioni e usanze sacrificandole sull’altare di un presunto conformismo anche gastronomico”.
Partiamo dal discorso identitario di nazionalismo gastronomico. Per smontare questa retorica basterebbe ribadire che buona parte della (poca) carne di cavallo che si consuma in Italia è importata. Ma andiamo oltre: la tradizione a cui guardano alcuni esponenti politici, così come diversi rappresentanti del settore zootecnico, non è automaticamente sinonimo di positività, né è l’unica esistente.

Uccidere animali senzienti come i cavalli, spesso dopo gravi maltrattamenti e senza stordimento come dimostra il nostro lavoro investigativo, è crudele ed è ciò che si verifica dietro ogni pezzo di carne. Anche se il suo consumo è radicato nel tempo. Cambiare questa tradizione significa fare un passo in avanti verso il rispetto dei diritti degli animali che la Costituzione italiana ha recentemente riconosciuto e che spinge lo Stato a garantire. Anche la legge entrata in vigore il 1° luglio 2025 ha riformato il Titolo IX del Codice Penale riconoscendo gli animali come soggetti giuridici da tutelare.
Al contempo l’Italia è ricca di tradizioni gastronomiche che non contemplano lo sfruttamento e la macellazione degli animali, prima fra tutte la famosa e salutare dieta Mediterranea. Non si tratta quindi di cancellare un patrimonio gastronomico, ma di valorizzare quello che produce meno sofferenza.

Anche per questo le tradizioni evolvono. Come ricorda lo scrittore Ottavio Cappellani, a Catania, fino agli anni ‘70, per strada si vendevano gli spiedini di canarini e cardellini, uccelli considerati oggi come animali “da compagnia”. Da allora, i cardellini sono stati riconosciuti persino come fauna selvatica protetta. Di quella tradizione nessuno sente la mancanza e lo stesso potrebbe succedere per i cavalli e tutti gli equidi, ma non solo.
Riconoscere gli equidi come animali d’affezione non è specismo
Animal Equality, così come le proposte di legge presentate, chiede il riconoscimento degli equidi come animali d’affezione semplicemente perché questo è il termine previsto nella normativa vigente, necessario per ampliare le tutele degli animali.
Per ridurre le sofferenze degli animali allevati a scopo alimentare, da qualche parte bisogna cominciare. In questo caso la politica è chiamata a rispondere al sentimento comune degli Italiani, come rilevato da Ipsos, e ad andare di pari passo con l’evoluzione della società.

Il cavallo è inoltre l’unico animale ad avere il doppio status di animale “da compagnia” e “da reddito”, a discrezione del proprietario al momento dell’iscrizione in anagrafe, una contraddizione da cui è necessario partire per tutelare tutti gli equidi, ma non solo. Lo sfruttamento e le sofferenze dell’industria alimentare colpiscono tutti gli animali allevati e come Animal Equality non smetteremo di batterci affinché tutti gli animali siano davvero rispettati.
Il presidente di Confagricoltura Sicilia, Rosario Marchese Ragona, inavvertitamente centra il punto: “Il cibo è cultura, tradizione. Mangiare carne di cavallo in alcune realtà fa parte della cultura. E se domani ci fosse un divieto di macellare i coniglietti?”.
Scegliere un’alimentazione a base vegetale è di fatto il primo, fondamentale passo per porre fine alla sofferenza degli animali sfruttati a scopo alimentare.

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