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Carne coltivata: che cos’è e perché può aiutare a fermare i devastanti allevamenti intensivi


Il mercato delle proteine alternative a quelle di origine animale è in rapida espansione sui mercati di tutto il mondo, e la vendita di prodotti a base vegetale  di burger, pollo, ma anche uova e pesce è in continua crescita anche nei supermercati italiani (scopri la nostra classifica dei migliori burger vegetali)

Ma parallelamente ai sostituti vegetali esiste un altro mercato, quello della carne coltivata: esistono infatti tecniche di ingegneria molecolare in grado di realizzare veri e propri pezzi di carne commestibili a partire da cellule animali. Si tratta della clean meat, la carne che non richiede né l’allevamento né la macellazione degli animali.

L’ingegneria molecolare per mettere fine agli allevamenti intensivi

La carne coltivata in vitro è conosciuta anche come clean meat (carne in vitro), in quanto non deriva dalla macellazione degli animali, ma si tratta di un prodotto che replica in laboratorio carne, pesce e uova.

La tecnica consiste nel prelevare cellule muscolari e nutrirle con proteine che aiutano la crescita del tessuto. Una volta che il processo è partito, teoricamente è possibile continuare a produrre carne all’infinito senza aggiungere nuove cellule da un organismo vivente. Si è stimato ad esempio che, in condizioni ideali, due mesi di coltivazione di dieci cellule muscolari di maiale potrebbero generare ad esempio 50.000 tonnellate di carne.

Sulla stessa scia, si inseriscono le cosiddette carni ibride, ovvero prodotti che contengono sia proteine animali sia proteine vegetali. Si tratta di un modo per incontrare la crescente richiesta sul mercato rappresentata dai consumatori flexitariani, ovvero persone che vogliono ridurre al minimo il consumo di carne.

Un esempio in questa direzione è la carne super-ibrida con cui la start up spagnola Novameat unisce cellule animali coltivate in laboratorio, cellule di piante, funghi, alghe e infine la spirulina, un batterio blu appartenente al regno degli organismi unicellulari chiamati “monera” che dona colore a questo nuovo sostituto della carne.

Anche l’UE investe nella carne in vitro

Il primo hamburger creato con questa tecnologia è stato presentato durante una conferenza stampa a Londra, nel 2013, dal professor Mark Post, Chief Scientific Officer dell’azienda Mosa Meat, che produce carne in vitro. Quel singolo hamburger prodotto in laboratorio era il risultato di anni di ricerca presso l’Università di Maastricht ed è costato 250.000 euro.

Il costo di produzione della clean meat, ad oggi, pur restando estremamente elevato attira ampi investimenti, come quello dell’Unione Europea, che ha deciso di finanziare per 2 milioni di euro le aziende olandesi Nutreco e Mosa Meat, oltre a quelli di Leonardo Di Caprio e di Bill Gates. 

La clean meat può aiutare contro lo sfruttamento degli animali negli allevamenti

Attualmente ci sono circa 400 milioni di persone nel mondo che seguono un’alimentazione interamente vegetale. Accanto all’alimentazione a base vegetale, soprattutto in una fase di transizione economica e per incoraggiare anche le persone più resistenti, le soluzioni alimentari alternative caratterizzate da proprietà nutritive e sensoriali paragonabili alla carne possono aiutare a ridurre o eliminare  lo sfruttamento industriale degli animali e favorire un nuovo sistema di produzione e consumo alimentare non più basato sulla sofferenza e sulla violenza.

Stando a un report dell’organizzazione World Animal Protection, solo l’introduzione di burger e prodotti a base vegetale all’interno dei fast food americani ha già contribuito a salvare più 630 mila animali nei soli Stati Uniti, tra cui più di 211.000 maiali, 77.000 mucche e 350.000 polli.

La produzione di clean meat potrebbe inserirsi in questo percorso impattando positivamente sulla vita degli animali allevati, ovvero riducendo il loro numero e la loro sofferenza drasticamente, sulla strada della completa eliminazione di allevamenti e macelli. 

Guarda come vivono gli animali allevati per la produzione di carne:

La nostra inchiesta all’interno di un macello nella provincia di Cremona.

I benefici per l’ambiente

Se i costi di produzione e i nodi legati alle autorizzazioni al commercio sono molti, tuttavia a beneficiarne dell’introduzione della clean meat sembra essere anche l’ambiente. Uno studio condotto da ricercatori di Oxford e dell’Università di Amsterdam ha infatti osservato che la carne coltivata genera il 4% di emissioni di gas serra (contro il 14,5% degli allevamenti) riducendo il fabbisogno energetico fino al 45% e richiedendo il 2% della superficie terrestre. Si tratta di circa 376 volte meno ettari di terra di quanti ce ne vogliono per il pascolo degli animali, e il 10% dell’acqua usata per il loro consumo. 

Allo stesso tempo, nella produzione della carne sintetica stanno emergendo nuove tecnologie in grado di sfruttare (e quindi ridurre) l’inquinamento atmosferico. Alcuni scienziati dei materiali del Berkeley Lab, un laboratorio che conduce ricerche scientifiche per conto del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti, hanno di recente fondato una startup che intende produrre carne a partire dall’utilizzo dell’anidride carbonica. Attraverso una fermentazione di colture vive alimentate tramite un mix gassoso fatto di CO2 prelevata dall’ambiente è possibile infatti ottenere farina ricca di proteine con un profilo aminoacidico simile alle proteine della carne.

Fermare l’industria della carne per salvare il pianeta

Il consumo globale di carne si attesta a circa 350 milioni di tonnellate all’anno, ma cosa accadrebbe se la sua produzione si fermasse? Secondo la ricerca condotta dagli scienziati dell’Università della California a Berkeley e della Stanford University, la sospensione delle attività dell’industria della carne, compresa la chiusura degli allevamenti, potrebbe ridurre considerevolmente le emissioni inquinanti su scala globale.

In particolare, la riduzione delle emissioni di metano e protossido di azoto prodotte dall’industria della carne porterebbe alla conversione di 800 miliardi di tonnellate di anidride carbonica in foreste, prati, boschi e biomassa. Il beneficio conseguente, riportano gli scienziati, sarebbe paragonabile a una diminuzione annuale delle emissioni di CO2 globali del 68%.

Bisogna ricordare infine che ridurre gli allevamenti intensivi significa anche diminuire il rischio concreto di diffusione di malattie zoonotiche che questi luoghi rappresentano per la salute degli animali e delle persone. Il 60% delle malattie conosciute e il 75% di quelle emergenti derivano infatti dagli animali legati agli allevamenti.

Sostituire l’industria della carne così come la conosciamo attraverso modalità più sostenibili non è quindi soltanto una questione di diritti animali, ma anche ambientali e sociali. 

Negli ultimi anni il mercato dei sostituti vegetali della carne è letteralmente esploso, ora i finanziamenti per la carne coltivata sono sempre di più: la crescita di questi settori è sintomo dell’aumento di domanda da parte del mercato di alternative alla carne e non solo, oltre ad una sensibilità sempre maggiore dei consumatori verso le condizioni degli animali.

La carne coltivata potrebbe essere davvero un passaggio importante per arrivare all’abbandono degli attuali sistemi di allevamento che prevedono lo sfruttamento di miliardi di animali, oltre ad avere un impatto enorme sul pianeta. 

Ormai la “rivoluzione” è avviata, scegli di farne parte anche tu: scopri come cambiare alimentazione fin da subito può aiutarci a cambiare il mondo per gli animali, ma non solo. 


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