La Donazione Efficace

Il nostro pensiero intuitivo è fortemente influenzato dall’etica del consumatore: noi pensiamo che agire responsabilmente rispetto agli standard dei diritti umani e animali richiede principalmente un consumo responsabile. Quando compriamo dei vestiti, per esempio, potremmo consultare ‘gli standard’ che valutano le condizioni di lavoro nelle aziende. Potremmo pensare di diminuire i nostri spostamenti aerei per ridurre le emissioni di co2. O potremmo evitare prodotti di origine animale per avere un nuovo approccio nei confronti del benessere animale. O almeno queste sono le priorità che il nostro pensiero istintivamente ci suggerisce. La psicologia cognitiva mette però in dubbio la veridicità delle nostre intuizioni – e ci sono ragioni per pensare che questo valga anche nel nostro caso.

1.    Il vicolo cieco dell’etica del consumatore
Il problema con la teoria e la pratica dell’etica del consumatore non è che il consumo non sia importante. Piuttosto, il problema è che ci sono cose ben più importanti del consumo, cose che sono trascurate. Queste fallaci assegnazioni delle priorità sono molto comuni e dalle conseguenze fortemente negative. Per esempio, più che la scelta di quali prodotti consumare è importante la decisione se consumare o meno (oltre la necessaria base che sostiene la produttività), e donare invece il denaro. Anche se intuitivamente potrebbe non sembrare, questo tipo di decisione è particolarmente importante: molti vegetariani probabilmente si sentirebbero male se dovessero mangiare vitello per un anno (cioè circa 50kg di vitello). Questo significherebbe il consumo di appena un vitello – se invece si trattasse di pollo, gli animali uccisi sarebbero circa 25 – e si trasformerebbe anche nell’emissione dell’equivalente di una tonnellata di CO2. Intuitivamente ci sentiremmo peggio in questo caso piuttosto che se non donassimo 1000$ che invece potremmo donare, anche se la decisione di non donare danneggia centinaia di animali e comporta l’emissione di dozzine di tonnellate di CO2. Perché?

2.    Donare bene è molto più importante che consumare bene
Un onnivoro consuma mediamente centinaia di animali durante la sua vita, il che comporta anche l’emissione di circa una tonnellata di CO2 all’anno in più rispetto ad una persona che segue una dieta a base vegetale. Ne deriva che se riusciamo a motivare una persona ad eliminare i prodotti di origine animale dalla sua dieta, possiamo ritenere di aver salvato centinaia di animali e aver evitato l’equivalente di dozzine di tonnellate di CO2.

La produzione di prodotti animali potrebbe non ridursi immediatamente, ma la diminuzione della domanda cambierà la produzione nel lungo periodo. Sorge quindi una domanda: è possibile con 1000$ motivare ad eliminare i prodotti di origine animale ad almeno una persona (o l’equivalente di una persona), che altrimenti non avrebbe fatto il cambiamento? Con 1000$ si possono distribuire migliaia di volantini o generare migliaia di click verso siti come  www.whosagainstanimalcruelty.org attraverso pubblicità su Facebook. Oppure con 1000$ si potrebbe cofinanziare un dipendente di una ONG, che costa quasi 50000$ l’anno, e quindi sostenere il lavoro che porta a cambiamenti positivi nella società rispetto alle abitudini alimentari. Supponiamo che questo dipendente della ONG motivi almeno 50 persone all’anno ad iniziare ad adottare una dieta principalmente a base vegetale – allora un individuo potrebbe già salvare centinaia di animali e l’equivalente di dozzine di tonnellate di CO2 (per poter convincere 50 persone non è necessario raggiungerle direttamente: per esempio se un individuo raggiunge 25 persone che poi convincono in media un’altra persona, alla fine 50 persone in totale finiranno per cambiare la loro dieta). Se questo calcolo – probabilmente molto cauto – non è totalmente sbagliato, allora la mancata donazione annuale di 1000$ avrebbe conseguenze molto peggiori del consumo di vitello per un anno. Il nostro sentimento intuitivo ci suggerisce il contrario, che il consumo di vitello è molto peggio della mancata donazione. Come dovremmo affrontare questa contraddizione? Lasciatemi proseguire su questo ragionamento: cosa accadrebbe se dovessimo pagare altri 1000$ per evitare di mangiare vitello per un anno? Per esempio se i prodotti vegetali ci costassero 1000$ in più l’anno, tanto da farci sborsare 2,50$ in più al giorno? I vegetariani sarebbero pronti a pagare se i 2,50€ rientrassero nel loro budget?

La maggior parte di loro probabilmente non esiterebbe: spingerebbero il pulsante da 1000$ ogni anno per evitare di dover mangiare un vitello (o 25 polli). Se uno è però pronto a pagare 1000$ per evitare di dover consumare un animale (o 25 animali), allora sembra contraddittorio e irrazionale non spingere il bottone della donazione da 1000$ che eviterebbe il consumo di centinaia di animali. In breve: se il mio consumo raggiunge un impatto positivo di X, allora altre due persone insieme possono raggiungere un impatto doppio, cioè X2. Per cui, se io motivo con successo direttamente o attraverso una donazione due persone a cambiare la loro dieta rendendola principalmente a base vegetale, il risultato ha un impatto doppio (1) rispetto a quello del mio singolo consumo nell’arco di tutta la mia vita. Se riesco a motivare dieci persone, l’impatto sarebbe X10, e così via. Con maggiori donazioni – che consistono nel 10% o nel 50% del proprio reddito – è possibile generare un impatto di X100 o anche x1000. Ognuno può salvare così centinaia di migliaia di animali ed evitare decine di migliaia di tonnellate di CO2. Potrebbe sembrare surreale, ma la verità del “problema decisionale” è che la maggior parte delle persone nei paesi ricchi ha la possibilità di salvare la vita di centinaia di migliaia di animali. Dando dati di risorse comparabili, è molto meglio (contro intuitivamente) portare qualcuno ad avere una dieta dallo 0 al 90% a base vegetale, piuttosto che aumentare quella di qualcun altro dal 90 al 99% a base vegetale. La comune attenzione diffusa sul consumo sembra essere quindi eticamente immotivata.

3.    Donazioni effettive Vs donazioni non effettive
L’argomentazione appena sostenuta non si addice a tutti i tipi di donazione, ma solo a quelli che hanno l’effetto di diffondere informazioni con successo e persuadere la società, il che non è il caso di tutte le donazioni. L’organizzazione Animal Charity Evaluators prova a valutare empiricamente quali associazioni benefiche per i diritti degli animali, o meglio quali azioni per il benessere e i diritti animali, hanno l’impatto più grande.  La loro ricerca ha prodotto delle informazioni molto interessanti:

Quasi il 100% degli animali che facciamo soffrire senza necessità sono “animali da cibo”, nonostante questo neanche l’1% delle attuali donazioni riguardanti gli animali negli Stati Uniti vanno ad aiutare gli animali in questa ambito. La fetta più grande delle donazioni per gli animali va ai rifugi. Il mantenimento di una mucca in un rifugio costa diverse migliaia di dollari l’anno, quindi se la mucca vive per dieci anni, il costo totale salirà fino a decine di migliaia di dollari. Con decine di migliaia di dollari, si potrebbero distribuire oltre 100.000 volantini o comprare 50.000 click verso video persuasivi attraverso la pubblicità su Facebook. Anche se solo una di queste 50.000 persone decide di adottare una dieta prevalentemente a base vegetale grazie alla pubblicità, allora centinaia di animali sarebbero salvi e dozzine di tonnellate di CO2 evitate. Chiaramente la faccenda è più complessa. Una mucca che vive in un rifugio per animali non è “solo” una vita preziosa salvata, o piuttosto, risparmiata alla sofferenza, ha anche un potere simbolico – essendo un importante esempio di come possiamo trattare bene gli animali, impegnandoci alla non violenza e al rispetto per il loro valore intrinseco.

Questo messaggio salverà altri animali in futuro. Ma ancora: bisogna diffondere il messaggio affinché sia ascoltato e abbia un effetto – e questo è possibile solo attraverso volantini, pubblicità on line o organizzazioni che promuovono un discorso sociale e politico. L’uso ottimale di risorse (per gli animali) sarebbe quello di tenere basso il numero di animali nei rifugi e concentrare la maggior parte delle risorse in attività che diffondano informazioni e incoraggino le persone a cambiare dieta. Questa distribuzione delle risorse dei donatori basata sull’efficacia potrebbe sembrare astratta e “fredda”. In realtà cerca solo di migliorare quello che la compassione universale chiede, cioè di aiutare più animali possibili. Altre politiche contraddirebbero la convinzione che ogni vita vale, e tutte le vite valgono ugualmente.

E’ quindi importante ottimizzare il volantinaggio e le pubblicità su Facebook secondo criteri di efficacia psicologica. Non tutti i target di gruppi sociali hanno lo stesso potenziale di impatto: studi socio-psicologici hanno confermato che i giovani sono molto più aperti alle nuove idee e hanno maggiore probabilità di accettarle e promuoverle.  Inoltre, le persone giovani hanno ancora molti anni da vivere durante i quali possono scegliere una dieta a base vegetale (e promuoverla socialmente). In futuro avranno il potere di prendere decisioni finanziare, politiche e sociali – proposte di leggi progressiste per gli animali avranno quindi molte più possibilità in politica. Il risultato pratico di queste considerazioni è che le donazioni sono più efficaci quando portano i volantini ad essere distribuiti nelle università e nelle scuole piuttosto che in posti dove raggiungono altri segmenti demografici. Le pubblicità su Facebook permettono di scegliere target specifici e di monitorare l’efficacia.

4.    Budget mensile e scelta della carriera: “Guadagnare per dare”
Come si può mettere in pratica il principio che “donare bene è molto più importante che consumare bene”? Di solito le persone pagano circa 50-100$ all’anno come quota d’iscrizione ad associazioni che promuovono il vegetarianesimo. Un primo passo potrebbe essere quello di donare 50-100$ al mese ad organizzazioni efficaci. Sempre più vegetariani – così come un numero crescente di flexetariani e onnivori – stanno iniziando ad utilizzare il 10% del loro reddito per donazioni (date le precedenti argomentazioni, possiamo dedurre che le persone vittime del riscaldamento globale e gli animali da reddito uccisi nei macelli preferirebbero, se avessero possibilità di scegliere, un onnivoro che doni in modo efficace piuttosto che un vegetariano o un vegano che non doni affatto, in altre parole: se ti manca la volontà personale di seguire una dieta veg, pagare invece molti altri per seguirla può essere un modo per avere un impatto ancora maggiore).  Il 10% potrebbe sembrare una cifra troppo grande per iniziare, ma in realtà è in qualche modo dimostrato che non è così: le persone che guadagnano un salario medio nei cosiddetti paesi ricchi apparterrebbero ancora al gruppo di persone più ricche e privilegiate che hanno mai vissuto su questo pianeta anche dopo aver donato il 10% del loro reddito. Inoltre, studi psicologici dimostrano che le donazioni sono tra le spese che ci rendono più felici. Infine, la nostra rinuncia a qualche lusso sembra impallidire di fronte a quello che è in gioco nel mondo lì fuori: io preferisco un ipotetico “Mondo 1” nel quale guadagno il 10% in più e centinaia (di migliaia) di animali in più soffrono, o un ipotetico “Mondo 2” nel quale guadagno il 10% in meno e centinaia (di migliaia) di animali sono sottratti alla sofferenza? Le persone che sentono di donare il 10% sono più inclini ad aumentare la loro donazione fino al 20, 30 o anche 50%. Sempre più persone stanno cercando di mettere in pratica questa idea e hanno chiaramente realizzato che il 20% di un grande introito è più del 20% di un piccolo introito.

Questo approccio è attualmente in discussione nell’”etica di scegliere la carriera” ed è conosciuta come “Guadagnare per dare”: ognuno può – e probabilmente dovrebbe – aspirare ad avere un lavoro molto ben retribuito – non per diventare ricco, ma per poter fare donazioni al fine di prevenire quanta più sofferenza possibile. L’importanza e l’urgenza del concetto “Guadagnare per Dare” è confermato dal seguente fatto: la maggior parte degli attivisti per i diritti umani e animali non possono economicamente permettersi di dedicarsi alla loro causa a tempo pieno, anche se dedicarsi a tempo pieno alla causa significherebbe fare moltissime cose buone e sebbene sarebbero più che pronti ad intraprendere lavori full time. Dato tutto ciò, una strategia razionale e vincente sembrerebbe essere questa: gli attivisti per i diritti umani e animali che hanno la possibilità di ottenere dei lavori altamente retribuiti dovrebbero massimizzare il proprio salario per finanziare il lavoro di quanti più attivisti possibili.

5.    “Dare il buon esempio”: verso una nuova cultura del dare
Una ragionevole dose di ottimismo sembra giustificata su questo fronte, dato che l’importanza etica del dare in modo efficace ha guadagnato un certo riconoscimento ed è messa in pratica da un numero sempre maggiore di persone. Queste persone contribuiscono allo sviluppo di una nuova cultura del dare: tradizionalmente i donatori hanno spesso seguito il motto irrazionale “fai del bene ma non dirlo!”, cioè non pubblicizzare troppo le tue donazioni personali o dona in modo anonimo. Questo motto potrebbe essere utilizzato in alcuni casi per determinare se i donatori sono spinti dall’altruismo o se sono spinti (anche) dall’egoismo: se uno pubblicizza una donazione, potrebbe essere motivato dalla prospettiva di guadagnare punti nella sua reputazione a livello sociale. I donatori che sono spinti solamente dall’altruismo creeranno certamente un valore più grande nel lungo periodo, poiché doneranno anche nel caso in cui non ne traggano vantaggio rispetto alla loro reputazione nella società.

Questo comunque non giustifica il motto: innanzitutto, i donatori motivati dall’egoismo hanno chiaramente un impatto maggiore dei donatori “invisibili”. Secondo, la motivazione che spinge a donare sembra essere intrinsecamente irrilevante: alla fine dei conti è importante l’effetto che scaturisce dalla donazione e non quello che passa nella testa del donatore. Terzo e più importante: questo motto non è rilevante nel caso dei donatori razionali. Questi donatori donano perché le donazioni  – quando influenzano il consumo degli altri – possono moltiplicare il loro effetto positivo in confronto solo al proprio consumo personale. Inoltre costoro realizzano che l’effetto di una donazione può essere moltiplicato ancora di più se motiva anche altri a donare. Per cui rimanere in silenzio riguardo le proprie donazioni non raggiunge lo scopo prefisso. Al contrario: i donatori razionali dovrebbero provare a stabilire una cultura del dare in modo aperto per promuovere una consuetudine sociale del dare in modo efficace. Una discussione sull’efficienza dei diversi destinatari delle donazioni così come sulle quantità delle donazioni (in termini assoluti e relativi) dovrebbe essere parte di questa cultura. E’ simile al consumo: se vogliamo motivare socialmente gli altri a cambiare i propri consumi (direttamente, non attraverso donazioni), è importante dare il buon esempio in pubblico (se è positivo rendere pubblica la scelta dei propri consumi e se le donazioni sono più importanti del consumo stesso, ne deriva che allora è ancora più importante rendere pubbliche le proprie donazioni). Il primo paragrafo di questo articolo afferma che donare è qualcosa di molto più importante del consumare. L’altro aspetto è certamente il lavoro diretto per ispirare gli altri a cambiare il proprio comportamento. La precedentemente accennata connessione con il consumo è questa: avremo meno successo nel convincere gli altri a cambiare i propri consumi se non diamo il buon esempio (il proprio buon esempio è più importante dell’effetto del proprio consumo). Ma per poter portare questo lavoro diretto su una larga scala sociale, dobbiamo permettere che alcune persone se ne occupino a tempo pieno. Questo richiede grandi donazioni.

Al momento, la maggior parte delle organizzazioni che promuovono una dieta a base vegetale – come molte ONG – hanno grande necessità di donazioni. Trovare persone che vogliano promuovere una giusta causa è sempre facile. Trovare le risorse economiche per permetterglielo è sempre difficile. Possiamo cambiare questa situazione attraverso una nuova cultura del dare.