La peste suina potrebbe essere collegata al salto di specie del Covid dagli animali all’uomo: lo riporta un nuovo studio


La peste suina africana ha portato all’abbattimento di massa di milioni di maiali in Cina, ma potrebbe anche essere uno dei fattori che ha spinto al consumo di specie selvatiche e dunque allo scoppio della pandemia Covid-19

Tradotto dall’articolo originale sul The Guardian dal team di Animal Equality Italia.

L’abbattimento di massa dei maiali in Cina in seguito al contagio della febbre suina africana avrebbe spinto la gente verso il consumo di carni alternative, aumentando così il rischio di contatto uomo-virus.

Secondo quanto suggerisce un nuovo studio, il focolaio di peste suina in Cina potrebbe aver creato il terreno fertile per la diffusione del Covid-19  tra gli esseri umani. La peste suina africana (PSA), che ha colpito per la prima volta la Cina nel 2018, ha interrotto le forniture di carne di maiale, aumentando il contatto potenziale tra uomo e virus per via dei consumi di altri animali.  

Il maiale è la principale fonte di carne nell’alimentazione cinese e il paese produce la metà dei suini di tutto il mondo: circa 55 milioni di tonnellate di carne di maiale all’anno, dando vita a un’industria da 128 miliardi di dollari (98 miliardi di sterline). Durante il quarto trimestre del 2019, l’epidemia di PSA si era ormai diffusa in gran parte della Cina. La malattia è incurabile e una volta che si manifesta l’unica “soluzione” è abbattere gli animali infetti.

Il drastico calo dell’offerta di carne suina, dopo che le restrizioni alla circolazione dei suini e l’abbattimento avevano causato l’aumento dei prezzi, ha accresciuto la domanda di fonti alternative di carne da trasportare su tutto il territorio nazionale. Queste fonti includevano animali selvatici, un fattore  che ha aumentato in modo considerevole l’opportunità di un contatto uomo-Coronavirus: è questa la conclusione a cui è giunto un team di ricercatori cinesi e britannici in uno studio ancora in attesa di esame da parte della comunità scientifica.

«Se nella catena alimentare umana entrano più animali selvatici attraverso la caccia [di singoli individui] … o andando al mercato e acquistando fonti di carne da animali selvatici, l’aumento del consumo di questi tipi di carne porta chiaramente a un aumento delle opportunità di contatto. In questo modo aumentano le possibilità che il virus [Sars-CoV-2] raggiunga gli esseri umani».

David Robertson, professore di genomica virale e bioinformatica all’Università di Glasgow. 

La chiave per scongiurare un’altra pandemia zoonotica in futuro è capire come si sia verificata questa, un compito a dir poco complesso. Gli epidemiologi impegnati nelle indagini, tra cui un team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, stanno ancora seguendo la pista, ma molti sospettano che il Sars-CoV-2 abbia avuto origine nei pipistrelli e abbia poi fatto il salto di specie (spillover) passando agli umani, forse attraverso un animale intermedio.

Il primo cluster di casi di Covid-19 è stato rilevato a Wuhan, ma è possibile che la malattia abbia avuto origine altrove. Nel gennaio 2020, gli scienziati cinesi hanno reso pubblica la sequenza genetica del virus, che è stato chiamato Sars-CoV-2. Da allora, gli scienziati hanno dimostrato che il virus probabilmente aveva i suoi lontani antenati nei pipistrelli a ferro di cavallo della provincia cinese dello Yunnan.

Su un campione di 41 casi precoci di Covid-19, il 70% degli infetti erano proprietari di bancarelle, dipendenti o clienti abituali del mercato di Huanan, dove si vendevano frutti di mare ma anche animali selvatici vivi, spesso catturati illegalmente e macellati davanti ai clienti. Ma il primo caso confermato non aveva un collegamento apparente con il mercato.

Lo studio pubblicato di recente, che indica la PSA come fattore trainante dello spillover del Sars-CoV-2 negli esseri umani, ha presentato una probabile spiegazione di ciò che è accaduto. 

Infatti, afferma Robertson, la PSA potrebbe aver causato una carenza di circa il 40-60% della popolazione suina totale della Cina, provocando una massiccia instabilità nell’industria della carne del paese.

Al momento, ha aggiunto Robertson, l’idea che la carenza di carne di maiale abbia causato il salto di specie del Sars-CoV-2 negli esseri umani è solo un’ipotesi. «Abbiamo individuato una frattura… immaginate un muro, questo è solo un mattone in quel muro di prove. È qualcosa che pensiamo debba essere tenuto in considerazione per comprendere ciò che è accaduto.»

«Come spesso accade in questo tipo di indagini, potrebbero essere necessari molti anni per districare i possibili percorsi. [Anche se] è improbabile che sapremo mai cosa sia accaduto esattamente – è probabile che troveremo un virus simile al Sars-CoV-2 in un pipistrello, [o] forse in un’altra specie» ha aggiunto. «E poi a partire da quello, puoi iniziare a chiederti ‘be’, e come è arrivato negli esseri umani?’»

L’origine del problema risiede nel modo in cui trattiamo animali e natura

Se quanto supposto dal Professor David Robertson nell’articolo del Guardian riprodotto qui sopra è vero, allora siamo di fronte ad una ulteriore prova di quanto sia correlata l’origine del virus con il modo in cui trattiamo gli animali.

Da un lato infatti la peste suina rappresenta la chiara prova di quanto il modo in cui alleviamo miliardi di animali sia dannoso  per la nostra stessa salute: l’insorgenza di virus così pericolosi che proliferano e mutano negli allevamenti è di certo una minaccia, virus come la peste suina avrebbero effetti devastanti su di noi in caso di un salto di specie, che fortunatamente in questo caso ancora non è avvenuto; ma esporci a questo costante rischio non è una buona idea. 

Dall’altro lato, se è vero che è stata l’assenza di carne suina a spingere le persone ad un consumo maggiore di specie selvatiche – e quindi ad una maggiore pressione sulle risorse naturali – e quindi ad aumentare la probabilità del contatto con il virus, allora questa potrebbe essere la dimostrazione di quanto basare l’alimentazione globale sul consumo di proteine derivate dalla carne sia un problema per tutto il mondo.

Certo la strada per cambiare rotta è lunga, ma è chiaro come le abitudini alimentari siano indissolubilmente collegate all’emergenza che stiamo vivendo e, se non cambiamo (ognuno di noi) lo saranno anche a tutte le future pandemie o  epidemie che si potranno sviluppare in futuro.

Per fortuna ognuno di noi ha un’arma in pugno per contrastare tutto questo, abbiamo infatti il potere di scegliere di cambiare le cose, di adottare una dieta 100% vegetale che fa bene agli animali, ma anche al pianeta e alle persone.

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