Amadori fa scena muta sul cage-free
Anche quest’anno Amadori ha pubblicato il Report di Sostenibilità 2024, ma a differenza delle precedenti edizioni in questo documento non risulta nessun accenno all’impegno cage-free né a eventuali progressi in merito.
Amadori è uno dei maggiori produttori italiani, ma non ha ancora pubblicato un impegno per l’abbandono dell’allevamento in gabbia. Mentre nei report del 2022 e del 2023 il gruppo menzionava di star facendo progressi sul tema, nella sua ultima pubblicazione inspiegabilmente di questo argomento fondamentale non c’è traccia ed è inaccettabile.

Cosa non c’è nel report di Amadori
Pur in assenza di un impegno ufficiale dedicato al cage-free, nel 2022 il gruppo Amadori affermava di aver “completamente eliminato l’impiego di gabbie nei propri allevamenti destinati allo svezzamento delle pollastre e alla produzione di uova”.
L’aggiornamento presente nel report di Amadori è il seguente:

Nel 2023 lo stesso Amadori ha dichiarato di stare “progressivamente riducendo il numero di allevamenti in gabbia per la produzione di uova da consumo”.
Per quanto riguarda l’allevamento di maiali, l’azienda diceva di aver avviato un “processo di ristrutturazione degli allevamenti di riproduzione” introducendo box multipli per la gestazione e “gabbie parto che garantiscono standard elevati di benessere animale”, la stessa affermazione fatta nel report 2022.
Di seguito un estratto del report in questione:

Nonostante queste dichiarazioni, nell’ultimo report pubblicato, Amadori non fa alcuna menzione della transizione cage-free.

Come le gabbie non si possono far sparire nel nulla, nemmeno aggiornamenti cruciali per i diritti degli animali dovrebbero scomparire senza spiegazioni, a maggior ragione in assenza di un impegno pubblico ufficiale che Amadori continua a negare. Eppure non può esistere alcun benessere per gli animali se questi sono tenuti confinati in gabbia.
Ombretta Alessandrini, responsabile delle Campagne di Animal Equality Italia
Amadori resta indietro
A differenza della decisione di oltre 150 aziende che operano in Italia di pubblicare un impegno a non rifornirsi di uova provenienti da allevamenti di galline rinchiuse in gabbia, riportando anche pubblicamente i progressi fatti finora per completare la transizione, il gruppo Amadori non ha ancora assunto un impegno pubblico sul proprio sito.

Aziende come Eurovo, Sabbatani, Coccodì e Cascina Italia hanno assunto un impegno fondamentale a effettuare una transizione a sistemi senza gabbie a differenza di Amadori.
Tra i gruppi della grande distribuzione organizzata, Aldi, Coop, Giovanni Rana, Ferrero, Barilla, Balocco, Galbusera, Markas, Gruppo Selex, Eataly e Lidl dispongono di una politica cage-free pubblica sul proprio sito.
Come ha ricordato Ombretta Alessandrini:
È inaccettabile che Amadori continui a sfruttare milioni di animali senza curarsi di pubblicare e rispettare un impegno cage-free. Questo passaggio è fondamentale per essere trasparenti con i consumatori e ridurre la sofferenza delle galline utilizzate nell’attività zootecnica da parte di un’azienda che dice di promuovere il benessere animale. Chiediamo ad Amadori una presa di posizione chiara e immediata.
Perché un impegno cage-free è essenziale
La transizione cage-free è essenziale per contribuire a ridurre la sofferenza estrema degli animali allevati in gabbia, dove lo spazio insufficiente e il contatto costante con le sbarre metalliche provocano stress e ferite.
Con la legge di bilancio 2026, l’Italia ha inoltre istituito il primo fondo dedicato alla transizione cage-free, riconoscendo la necessità di ridurre progressivamente l’uso della gabbie negli allevamenti. Questa scelta rappresenta un passaggio chiave e indica all’industria zootecnica la direzione da seguire.

Animal Equality ha esortato il gruppo Amadori a fornire chiarimenti riguardo alle lacune evidenti nel Report di Sostenibilità 2024 e ha chiesto all’azienda di mobilitarsi per pubblicare la policy cage-free ancora mancante.
Mentre attendiamo un passo avanti necessario da parte dell’azienda, ognuno di noi può fare la sua parte per lanciare un segnale forte all’industria in difesa degli animali scegliendo un’alimentazione vegetale più rispettosa di animali, ambiente e persone.

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