La fine della carne è arrivata

Se vi preoccupate dei lavoratori sottopagati, della giustizia razziale e del cambiamento climatico, dovete smettere di mangiare carne .

Jun Cen

Di Jonathan Safran Foer, l’autore di “Se niente Importa” pubblicato sul New York Times. Illustrazioni di Jun Cen.

C’è un panico più primitivo di quello provocato dal pensiero degli scaffali vuoti dei negozi di alimentari? C’è un sollievo più primitivo di quello provocato dal comfort food o “cibo di conforto”?

La maggior parte di noi ha cucinato di più in questi giorni, ha documentato di più la cucina e ha pensato di più al cibo in generale. La combinazione tra la carenza di carne nei negozi e la decisione del presidente Trump di ordinare l’apertura dei macelli nonostante le proteste dei lavoratori in pericolo ha ispirato molti americani a considerare quanto sia essenziale la carne.

È più essenziale della vita dei lavoratori sottopagati che lavorano per produrla? Sembra di sì. 

I macelli che il presidente ha ordinato di aprire hanno la sede proprio in sei delle dieci contee che la Casa Bianca stessa ha identificato come zone rosse a causa del coronavirus. A Sioux Falls, S.D., il macello di carne suina di Smithfield, che produce circa il 5% della carne suina del Paese, è uno dei più grandi focolai della nazione. Uno stabilimento di Tyson a Perry, in Iowa, ha registrato 730 casi di coronavirus – quasi il 60% dei suoi dipendenti. In un altro stabilimento di Tyson, a Waterloo, Iowa, ci sono stati 1.031 casi segnalati tra circa 2.800 lavoratori.

Avere lavoratori malati significa dover chiudere gli impianti, e questo ha portato ad avere “un arretrato” di animali. Per questo, alcuni allevatori stanno facendo iniezioni alle scrofe in gravidanza per causare loro degli aborti. Altri allevatori invece sono costretti a praticare l’eutanasia sugli animali, spesso con il gas o con la pistola. Tanto che il senatore Chuck Grassley, un repubblicano dell’Iowa, abbia chiesto all’amministrazione Trump di fornire risorse per la salute mentale degli allevatori di maiali.

Nonostante questa macabra realtà – e gli effetti ampiamente documentati degli allevamenti di maiali sulle terre, le comunità, gli animali e la salute umana negli Stati Uniti  molto prima che questa pandemia colpisse anche questo territorio – solo circa la metà degli americani afferma che sta cercando di ridurre il consumo di carne. La carne è radicata nella nostra cultura e nella nostra storia personale in modi che contano troppo, dal tacchino della Festa del Ringraziamento all’hot dog mangiato a bordo campo durante le partite. La carne ha un profumo e un gusto unici e meravigliosi, ci dà soddisfazioni che possono farci sentire quasi come a casa. E cosa, se non il sentirsi a casa, è essenziale?

Eppure, un numero crescente di persone percepisce l’inevitabilità di un cambiamento imminente.

L’industria della carne è ormai riconosciuta come una delle principali cause del riscaldamento globale. Secondo The Economist, un quarto degli americani tra i 25 e i 34 anni afferma di essere vegetariano o vegano, il che è forse uno dei motivi per cui le vendite di “carni” vegetali sono salite alle stelle, con Impossible and Beyond Burgers disponibili ovunque, da Whole Foods a White Castle.

La pandemia Covid-19 ci ha costretti a guardare oltre una porta che abbiamo sempre lasciato chiusa. Quando si tratta di un argomento scomodo come la carne, si è tentati di fingere che la scienza non abbia ragione, di trovare conforto in dettagli e particolari inutili e di parlare del nostro mondo come se fosse teorico.

Alcune delle persone più premurose che conosco trovano il modo di non pensare ai problemi legati a questa industria , così come io trovo il modo di evitare di pensare ai cambiamenti climatici, alla disparità sociale, per non parlare dei paradossi della mia stessa vita alimentare. Uno degli effetti collaterali inaspettati di questi mesi di stop forzato, però, è che è difficile non pensare a ciò che è essenziale per chi siamo.

Non possiamo proteggere il nostro ambiente continuando a mangiare carne regolarmente. Questa non è una prospettiva confutabile, ma una banale verità. Che diventino Whoppers o bistecche all’erba da boutique, le mucche producono un’enorme quantità di gas serra. Se le mucche fossero un paese, sarebbero il terzo più grande emettitore di gas serra al mondo.

Secondo il direttore dell sezione ricerca del Project Drawdown – un’organizzazione no-profit dedicata alla modellazione di soluzioni per affrontare il cambiamento climatico – una dieta a base vegetale è “il contributo più importante che ogni individuo può dare per invertire il riscaldamento globale”.

Jun Cen

Gli americani accettano in modo schiacciante la scienza del cambiamento climatico. La maggioranza dei repubblicani e dei democratici afferma che gli Stati Uniti avrebbero dovuto rimanere nell’accordo di Parigi sul clima. Non abbiamo bisogno di nuove informazioni e non abbiamo bisogno di nuovi valori. Abbiamo solo bisogno di varcare la porta che ora abbiamo aperto .

Non possiamo pretendere di preoccuparci del trattamento umano degli animali continuando a mangiare carne regolarmente. Il sistema di allevamento su cui contiamo è intessuto di miseria. I polli moderni sono stati geneticamente modificati tanto che il loro stesso corpo è diventato una prigione di dolore, anche se apriamo le loro gabbie. I tacchini sono allevati per essere così obesi da essere incapaci di riprodursi senza l’inseminazione artificiale. Le mucche vengono separate dai vitelli prima dello svezzamento; la loro sofferenza la possiamo sentire nei loro lamenti e misurare empiricamente attraverso il cortisolo nel loro corpo.

Nessuna etichetta o certificazione può evitare questo tipo di crudeltà. Non abbiamo bisogno di nessun attivista per i diritti degli animali che agita un dito contro di noi. Non abbiamo bisogno di essere convinti di qualcosa che non sappiamo già. Abbiamo bisogno di ascoltare noi stessi.

Non possiamo proteggerci dalle pandemie continuando a mangiare carne regolarmente. Si è prestata molta attenzione ai wet market, ma l’industria della carne, in particolare gli allevamenti intensivi di pollame, sono un terreno di coltura altrettanto preoccupante per le pandemie. Inoltre, il Centers for Disease Control and Prevention (ovvero il Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie in USA) riferisce che tre malattie infettive nuove o emergenti su quattro sono zoonotiche – il risultato del nostro rapporto corrotto con gli animali.

Va da sé che vogliamo essere al sicuro. Sappiamo come stare più al sicuro. Ma volere e sapere non bastano.

Queste non sono solo le mie opinioni, né solo le opinioni  di qualcuno , nonostante la tendenza a pubblicare queste informazioni nelle sezioni di opinione. E le risposte alle domande più comuni che vengono poste sulla zootecnica non sono opinioni.

Abbiamo bisogno di proteine animali? No.

Possiamo vivere una vita più lunga e più sana senza. La maggior parte degli adulti americani mangia circa il doppio dell’apporto di proteine raccomandato – compresi i vegetariani, che consumano il 70% in più di quanto necessario. Le persone che seguono diete ricche di proteine animali hanno maggiori probabilità di morire di malattie cardiache, diabete e insufficienza renale. Naturalmente, la carne, come la torta, può essere parte di una dieta sana. Ma nessun nutrizionista sano consiglierebbe di mangiare troppo spesso la torta.

Se lasciamo che il sistema degli allevamenti crolli, gli agricoltori non ne soffriranno? No.

Lo faranno le aziende che parlano a loro nome mentre li sfruttano. Oggi ci sono meno agricoltori americani di quanti ce n’erano durante la guerra civile, nonostante la popolazione americana sia quasi 11 volte maggiore. Non è un caso, ma un modello di business. Il sogno ultimo del complesso industriale della zootecnica è che le “fattorie” siano completamente automatizzate. La transizione verso alimenti vegetali e pratiche agricole sostenibili creerebbe molti più posti di lavoro. Non prendetemi in parola. Chiedete a un agricoltore se sarebbe felice di vedere la fine dell’allevamento di tipo industriale.

Un mondo senza carne è un mondo che favorisce le elité? No.

Uno studio del 2015 ha scoperto che una dieta vegetariana costa 750 dollari l’anno meno di una dieta a base di carne. I dipendenti del macello che attualmente vengono messi a rischio per soddisfare il nostro gusto per la carne sono in gran parte mulatti e neri. Suggerire che un modo di fare agricoltura più sano e meno ingiusto sia elitario, è solo propaganda dell’industria della carne.

Non possiamo lavorare con le aziende dell’industria della carne per migliorare il sistema alimentare? No.

Beh, a meno che non crediate che coloro che sono diventati potenti grazie allo sfruttamento distruggeranno volontariamente i veicoli che hanno concesso loro una ricchezza spettacolare. L’agricoltura industriale è per l’agricoltura vera e propria ciò che i monopoli criminali sono per l’imprenditorialità. Se per un solo anno il governo togliesse i suoi oltre 38 miliardi di dollari in salvataggi, e richiedesse alle aziende di carne e latticini di giocare secondo le normali regole del capitalismo, le distruggerebbe per sempre. Questa industria non potrebbe sopravvivere nel libero mercato.

Forse più di qualsiasi altro alimento, la carne ispira sia comfort che disagio. Questo può rendere difficile agire su ciò che conosciamo e vogliamo. Possiamo davvero spostare la carne dal centro dei nostri piatti? Questa è la domanda che ci porta alla soglia dell’impossibile. Dall’altra parte c’è l’inevitabile.

Con l’orrore di una pandemia che incombe , e le nuove domande che oggi ci poniamo su ciò che è essenziale, ora vediamo chiaramente che quella porta che adesso è aperta in realtà  è sempre stata lì. Come in un sogno in cui le nostre case hanno stanze sconosciute al nostro risveglio, possiamo sentire che c’è un modo migliore di mangiare, una vita più vicina ai nostri valori. Dall’altra parte non è qualcosa di nuovo, ma qualcosa che richiama dal passato – un mondo in cui i contadini non erano figure mitologiche, i corpi torturati non erano cibo e il pianeta non era il conto alla fine del pasto.

Un pasto dopo l’altro, è il momento di varcare la soglia di quella porta. Dall’altra parte c’è la casa.

Di Jonathan Safran Foer, pubblicato da New York Times