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Quando la carne non è carne, si può comunque chiamare carne?

Il parlamento europeo discute oggi, 20 ottobre, sulla legittimità di chiamare burger, salsicce o affettati le alternative vegetali alla carne, è il tentativo dell’industria zootecnica di fermare l’ascesa dei prodotti vegan?

Proprio in questi giorni è ricominciato al Parlamento europeo l’acceso dibattito sulla legittimità giuridica dell’utilizzo di termini come hamburger, affettato e salsicce applicati ad alimenti di origine vegetale. Secondo gli esponenti della lobby zootecnica, che hanno dato il via a questa guerra, chiamare «carne» le alternative vegetali ad essa sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti degli allevatori, oltre che un vero e proprio «dirottamento culturale». In sostanza i consumatori, confusi dalla terminologia, sarebbero portati a credere che sostituire un prodotto con un altro sia senza conseguenze dal punto di vista nutrizionale. 

Naturalmente, dietro questa presa di posizione c’è dietro molto di più, c’è qualcosa che ha a che fare con il profitto, certo, ma, in senso più vasto e profondo, con un cambiamento epocale iniziato in Inghilterra nel secolo scorso.

Un hamburger a base vegetale

Era il 1944 quando Donald Watson, vegetariano dall’età di 14 anni, inorridito da quello che aveva scoperto sull’industria casearia, passò a una dieta strettamente a base vegetale e fondò la Vegan Society per promuovere lo stile alimentare e la filosofia vegani. Nel corso dei quasi 80 anni trascorsi da allora, la rivoluzione da lui iniziata ha fatto passi da gigante e non viene più vista come la folle idea di una manciata di hippie, ma come una forza sociale ed etica con cui tutti devono fare i conti. La società, l’economia e la politica sono chiamate a confrontarsi con questa nuova realtà.

Fino a qualche anno fa, i prodotti a base vegetale nei supermercati erano relegati in angolini tristi e angusti e si potevano contare sulla dita di una mano. Latte di soia, tofu, seitan e, quando andava di lusso, tempeh erano le magnanime concessioni che i negozi più forniti facevano a chi si rifiutava di riempire i carrelli e il frigo di carni e salumi. Chiedere al bar un cappuccio con qualcosa che non fosse latte vaccino suscitava sguardi stupefatti, vacui o sospettosi; e spiegare a familiari e amici il significato della parola vegano era un’impresa ardua e frustrante quanto scalare l’Everest con piedi e mani legati.

Oggi i termini veg, vegan, vegano sono entrati nel vocabolario comune, e persino il termine “plant based” letteralmente “a base vegetale” si sta facendo spazio nella nostra cultura. I negozi di tutto il mondo offrono una scelta di prodotti a base vegetale sempre più ampia e appetitosa, che comprende alternative a carne, latticini e uova da far venire l’acquolina in bocca. I vegani, consumatori attenti, sono diventati un mercato in cui investire (e tanto) e da cui guadagnare (e tanto). Questo, oltre l’esigenza di trovare alternative a carne e latticini, prodotti di terrificanti allevamenti intensivi che per di più sono tra le cause della crisi climatica in corso, ha dato un impulso straordinario alla ricerca. E così oggi, parliamo di carne “coltivata” in laboratorio e di “fake meat” così simile per consistenza e sapore a quella vera da poter ingannare i palati dei carnivori più incalliti. E per i miliardi di animali torturati e uccisi ogni anno (sono loro al centro della filosofia vegana) incomincia a vedersi la luce in fondo al tunnel.

«Che cosa c’è in un nome? Quella che chiamiamo rosa, pur con un altro nome, avrebbe lo stesso dolce profumo.

William Shakespeare, Romeo e Giulietta 

A un certo punto, però, gli allevatori e i produttori di carne, latte e derivati si sono resi conto che la rivoluzione veg era qui per restare. Così è cominciata una guerra, che ha preso di mira persino la terminologia con cui venivano venduti i prodotti a base vegetale, proposti sul mercato come latti, affettati e carni “alternativi”. Forse, si sono detti, se riusciamo a scalfire l’idea che questi prodotti vegetali siano simili a quelli tradizionali riusciremo a fermare l’ascesa di questa cultura. Le potenti lobby del settore zootecnico si sono per prima cosa concentrati sui «latti» vegetali. Secondo loro, poteva definirsi latte solo quello di origine animale. E alla fine la legge ha dato loro ragione e adesso non si può più parlare ad esempio di latte di soia, nocciola etc ma di bevande a base di soia, nocciola etc. Cosa che non ha fermato però il loro successo sul mercato, tanto che anche aziende con alle spalle una storia tutt’altro che veg hanno cominciato a produrre alternative vegetali e concorrenti dei loro latti “classici”. 

Se in Europa questa è la situazione, in America le cose stanno andando in modo un po’ diverso: ad esempio la famosa Miyoko – chef e proprietaria di un marchio di formaggi 100% a base vegetale – ha appena vinto la causa contro il Dipartimento Cibo e Agricoltura della California per il diritto di utilizzare il termine «burro» per indicare i suoi prodotti. E lo scorso anno, una corta federale americana ha respinto la proposta di un ban per impedire l’utilizzo di termini come burger, bistecca etc sulle etichette delle alternative vegetali in commercio in Arkansas, Mississippi, Missouri, Louisiana e South Dakota. 

Ora anche in Europa la battaglia si è spostata sulla carne e su due emendamenti-chiave: il 165, che vieterebbe l’utilizzo per prodotti a base vegetale di termini come bistecca, burger, würstel, etc, e il 171, con cui si vuole impedire l’uso persino di termini come «cremoso» nelle pubblicità di latti, yogurt e formaggi veg. Anche in questo caso, secondo la lobby zootecnica i produttori di alimenti a base vegetale dovrebbe creare un marketing tutto loro senza ricorrere a termini già in uso per la promozione di prodotti animali.

La campagna ceci n’est pas un steak (questa non è una bistecca) contro il cosiddetto «abuso delle denominazioni della carne» ha però un avversario agguerrito, «Stop the Veggie Burger Ban», iniziata promossa dalla European Alliance for Plant-based Foods, una coalizione di produttori di alimenti a base vegetale, sostenuta da varie associazioni, che intende portare l’alimentazione veg al centro della food policy europea, anche in relazione agli obiettivi di sostenibilità che l’Europa si è posta e deve continuare a porsi. Obiettivi che è più che mai urgente raggiungere per la sopravvivenza di tutta la Terra, compresi i miliardi di esseri umani che la abitano. 

Che si chiamino burger, bistecche, formaggi o meno noi sappiamo che scegliere le alternative vegetali non solo significa scegliere alimenti sani e gustosi, ma anche evitare la sofferenza di milioni di animali. Per questo, se ancora non lo hai fatto, ti consigliamo di visitare Love Veg, il nostro sito dove puoi trovare ricette e informazioni per passare ad un’alimentazione 100% a base vegetale. 

Per la cronaca: steak — bistecca — deriva da un’antica parola norvegese “steijk” che significa semplicemente “arrostire su uno spiedo”. Non per forza un animale, inutile dirlo. Chissà quanti dei sostenitori di “ceci n’est pas un steak” resterebbero delusi se sapessero che nemmeno le lingue dei tempi antichi sono dalla loro parte.

Scritto da Maura & Matteo