Il terribile impatto ambientale degli allevamenti intensivi di polli

Quando si parla di impatto ambientale degli allevamenti intensivi, si tende a parlare di bovini e di metano, come se quella fosse l’unica fonte di inquinamento da parte degli allevamenti.

Certo, l’allevamento di mucche e bovini da carne è una fonte importante di emissioni di gas ad effetto serra, nonostante l’industria di riferimento provi a ribaltare i dati e dipingere una realtà che non esiste.

Ma oggi invece vogliamo puntare i riflettori sull’impatto ambientale degli allevamenti intensivi di polli.

Abbiamo già mostrato le terribili condizioni di vita in cui sono costrette le centinaia di milioni di polli allevati ogni anno solo in Italia, condizioni che sono la diretta conseguenza della volontà di tenere i costi di produzione bassi per poter offrire ai consumatori un prodotto molto economico – ma a farne le spese sono gli animali coinvolti nella filiera.

Oggi vogliamo presentare l’impatto ambientale della produzione di carne di pollo, analizzata in dettaglio dalla FAO – L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – nel rapporto Poultry production and the environmentche già nel 2008 avvertiva sui rischi di considerare la filiera avicola come “sostenibile”, considerato che – se prendiamo in esame anche le misere condizioni di vita degli animali allevati – di “green” ha veramente poco.

Innanzitutto, dobbiamo scardinare l’idea di allevamento in cui pochi polli scorrazzano in ampi spazi verdi, mangiando i prodotti della terra.

In Italia, così come in tutti i paesi con un’alta produzione di carne di pollo, questa tipologia di allevamento non esiste praticamente più: oltre il 95% dei polli allevati ed uccisi in Italia provengono da allevamenti intensivi, dove vivono poco più di 40 giorni intrappolati nel loro stesso corpo e sottoposti ad enormi sofferenze.

L’industrializzazione, la concentrazione geografica e l’intensificazione della produzione sono indicate dalla FAO come cause principali dell’impatto ambientale dell’industria avicola mondiale.

ENORMI QUANTITÀ DI LETAME E CARCASSE

La gestione del letame è diventato un enorme problema nel momento in cui, a seguito dell’intensificazione massiva intercorsa nel settore negli ultimi decenni, questa tipologia di allevamento ha perso il legame con la terra: il mangime non viene più prodotto in loco, e dunque la quantità di letame che si crea non può essere smaltita correttamente come fertilizzante per i campi o venduta agli agricoltori limitrofi.

Il letame avicolo contiene alti livelli di azoto, fosforo e residui di metalli pesanti e medicinali, spesso antibiotici ma non solo. La dispersione o infiltrazione di queste sostanze nell’ambiente può causare una contaminazione delle acque superficiali e delle falde sotterranee.

Anche lo smaltimento improprio delle carcasse può influenzare negativamente la qualità dell’acqua nelle zone limitrofe, specialmente in caso di focolai di malattie infettive come l’influenza aviaria, che compaiono periodicamente sulle pagine dei giornali anche nel nostro paese.

ANIMALI INFESTANTI E CATTIVI ODORI

Gli allevamenti avicoli sono fonte di cattivi odori, derivanti dai rifiuti in decomposizione, le carcasse degli animali e la lettiera intrisa di deiezioni, che abbassano notevolmente la qualità della vita degli abitanti limitrofi agli allevamenti.  

Il mangime e il letame, inoltre, attraggono specie infestanti come zanzare, ratti o altri animali che possono fungere da vettori nella trasmissione delle malattie infettive e per cui vengono spesso utilizzati pesticidi o altri repellenti, che generano ulteriore  inquinamento idrico.

SFRUTTAMENTO DELLE ACQUE

La lavorazione della carne avicola richiede enormi quantità di acqua di alta qualità soprattutto negli impianti di macellazione, per trasformazione, lavaggio e raffreddamento.

Secondo la FAO, l’utilizzo medio è tra i 6 e i 30 metri cubi di acqua per ogni tonnellata di prodotto (in accordo con i dati di Unaitalia, “Nel 2017 la produzione di carni avicole nel nostro paese è stata pari a 1.354.000 tonnellate”).

Inoltre, la grande quantità di acqua di scarto prodotta possono contenere alti livelli di prodotti chimici utilizzati nel lavaggio e la disinfezione, così come patogeni derivanti dagli animali stessi.

DEFORESTAZIONE E MANGIMI

Un altro aspetto fondamentale per comprendere l’impatto ambientale degli allevamenti avicoli, non solo a livello locale ma in tutto il mondo, è la questione relativa ai mangimi.

La grande espansione della produzione di carne avicole nel mondo degli ultimi decenni deve il suo successo anche all’utilizzo di mangimi concentrati, soprattutto cereali e soia.

La crescita esponenziale della richiesta di mangimi per gli animali da allevamento ha innescato due trend globali:

  • L’intensificazione della produzione di mangimi, con conseguente utilizzo di fertilizzanti di sintesi, pesticidi e erbicidi che contaminano le risorse idriche e inquinano l’aria attraverso la volatilizzazione delle sostanze nocive: il solo settore avicolo è responsabile per oltre un milione di tonnellate di ammoniaca dispersa nell’aria ogni anno.
  • L’espansione dei terreni coltivati tramite deforestazione con conseguente perdita di biodiversità locale, specialmente in Sud America, dove secondo i dati del progetto di monitoraggio per la deforestazione in Amazzonia (Prodes) tra il 2015 e il 2016 il tasso di deforestazione dell’ultimo polmone verde del mondo è tornato ad aumentare dopo oltre dieci anni di tregua, raggiungendo i 7.989 chilometri quadrati: un’area pari a due volte il territorio dell’Umbria.

EMISSIONI NOCIVE E CAMBIAMENTI CLIMATICI 

Il consumo di energia della produzione industriale di carni avicole è pericolosamente alto, in particolare per quanto riguarda le sue emissioni di anidride carbonica. Queste derivano principalmente dall’utilizzo di fonti energetiche fossili per il mantenimento e le operazioni degli allevamenti e dei macelli, come la ventilazione e il riscaldamento, e dal trasporto dei prodotti, spesso refrigerato.

Una stima approssimativa delle emissioni derivanti dal solo utilizzo di fonti fossili negli allevamenti indica circa 52 milioni di tonnellate di anidride carbonica rilasciata ogni anno dal settore.

Altra ulteriore fonte di emissioni del settore è il commercio internazionale dei prodotti finiti, che, secondo le stime, copre il 51% delle emissioni derivanti dal trasporto transoceanico della carne in generale, a cui vanno aggiunte quelle derivanti dal trasporto nazionale o locale.  

Secondo la FAO, l’allevamento avicolo intensivo è responsabile direttamente o indirettamente del 3% del totale delle emissioni di gas serra ad opera umana, e del 2% delle emissioni del settore dell’allevamento in generale.

E questo senza contare tutte le emissioni derivanti dalla produzione e trasporto dei mangimi, delle quali circa il 44% è stimato derivare dal settore avicolo, e senza includere nemmeno le conseguenze ambientali del cambiamento di uso del suolo (deforestazione).

COSA POSSIAMO FARE?

Nonostante l’allevamento avicolo sia meno inquinante rispetto ad altre produzioni animali, il suo impatto sulla qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo e della vita degli abitanti limitrofi è importante e non deve essere sottovalutata.

Gli investigatori di Animal Equality sono all’opera anche in questo momento per continuare a portare la realtà di allevamenti intensivi e macelli all’attenzione di tutti. 

Come immaginerai, i risultati di Animal Equality sono frutto del lavoro di professionisti che ogni giorno mettono le proprie competenze a favore degli animali.

Se non fosse per tutte le persone che, come te, credono nel nostro lavoro, non riusciremmo ad avere il team investigativo professionale più prolifico al mondo, un dipartimento di sensibilizzazione aziendale così tanto efficiente ed un squadra di pressione politica così tanto incisiva.

Per favore, scegli oggi di sostenere il lavoro di Animal Equality: senza di te gli animali perdono un alleato importante!