La nuova campagna di Assocarni: un macabro show sui vitelli

Molti di noi hanno visto lo spot in TV o le pubblicità online del sito, e sono rimasti increduli.

Non si può che definirsi così, di fronte a quello che viene proposto da “Viva il vitello.it”, un progetto di Assocarni e da altre associazioni di allevatori francesi, belgi e olandesi finanziato dall’Unione Europea per promuovere il consumo di carne di vitello.

Ma cosa c’è di così sconvolgente? Per prima cosa, il linguaggio.

Il titolo stesso del progetto sembra una beffarda presa in giro di ciò che accade realmente a questi cuccioli.

“Viva il vitello” è infatti una macabra scelta terminologica per definire la parabola tragica di animali che in natura vivrebbero e crescerebbero per almeno 20 anni, ma che all’interno degli allevamenti intensivi vengono strappati precocemente alla mamma, nutriti con mangimi e latte artificiale per poi finire al macello, dove moriranno con la gola recisa.

“Viva il vitello” è quindi – come minimo – un nome di cattivo gusto.

Ma nella stesura dei contenuti di questa campagna pubblicitaria, non si sono fermati solo allo slogan o al titolo.

Per tutto lo scorrere dello spot e sul sito, la vita del vitello viene descritta come una sorta di mondo idilliaco (ricorda vagamente quello spot in cui si affermava che le mucche “vengono massaggiate”) in cui l’allevatore sembrerebbe quasi sostituirsi alle cure della madre naturale, una descrizione totalmente in contrasto con le condizioni reali documentate da associazioni come Animal Equality e tante altre, in Italia e nel mondo.

Inoltre, la condizione in cui nascono, vivono e muoiono i vitelli è assolutamente contraria a quelle che sarebbero le loro esigenze naturali di specie, come hanno spiegato numerosi studi e veterinari.

I vitelli sono cuccioli, strappati alle madri appena nati, che vengono confinati in box singoli – delle vere e proprie gabbie – prima di finire, a 8 settimane, in recinti affollati e sporchi. A circa 6 mesi verranno invece mandati al macello.

Studi scientifici hanno dimostrato che spesso mucche e vitelli piangono per giorni a causa della separazione, rifiutano il cibo e cominciano a presentare segni evidenti di comportamenti stereotipati e stress. Piangono. E piangendo i vitelli cercano la madre, perché le mucche e i loro cuccioli saprebbero riconoscere il suono della loro voce a miglia di distanza, ma quel suono non lo sentiranno mai più.

Sempre continuando a scorrere il sito, la carne di vitello viene definita “tenera e di colore chiaro”. Ma gli autori della pagina si dimenticano di raccontare un aspetto fondamentale: questa carne è bianca perché i vitelli vengono costretti a seguire una dieta che li rende anemici, causando loro ulteriore sofferenza, proprio perché i consumatori non sono abituati al sapore reale della carne di bovino. Per questo devono morire presto e devono morire con la carne bianca.

Inoltre, non viene fatto alcun cenno alla pratica della decornazione, una mutilazione molto dolorosa che serve per tagliare le corna o la cauterizzazione, inflitta invece per prevenirne la crescita ma altrettanto dolorosa.

Non solo gli allevamenti intensivi privano questi animali di qualunque libertà e possibilità di esprimersi, distruggono legami famigliari che per questi mammiferi sarebbero alla base della loro crescita, per uno scopo finale ingiusto, ma l’associazione Assocarni dimentica anche di descrivere con un minimo di approfondimento quello che accade realmente.

Nella vita e nella morte di questi animali vi sono traumi, abusi, ingiustizie, illegalità.

Ma in questi spot non c’è spazio per informazioni che potrebbero scuotere le coscienze dei consumatori, che potrebbero anche solo davvero far collegare la carne acquistata al supermercato alle condizioni di vita di questi cuccioli.

C’è un altro aspetto però che riteniamo inaccettabile.

Ancora una volta, per finanziare questo progetto, si è fatto ricorso ai fondi europei, togliendoli letteralmente dalle risorse messe a disposizione da tutti i cittadini, anche quelli che si oppongono fermamente allo sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi.

Non vogliamo per forza che tutti la pensino come noi, ma domandiamo che vi sia un’informazione completa e corretta. Gli allevamenti intensivi causano inquinamento di tante tipologie, causano sofferenze agli animali e mettono a rischio la nostra salute.

Questa è pubblicità che nasconde ai consumatori una parte importante di verità e che soprattutto non rende giustizia alle sofferenze terribili di questi animali, i più dimenticati tra i dimenticati, e non possiamo più voltarci dall’altra parte.