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Ombre sulla mozzarella di bufala, Report svela: migliaia di animali sani uccisi per sospetta brucellosi finiscono sulle tavole italiane


Alcuni giorni fa è andato in onda nel corso della trasmissione Report su Rai 3 il servizio “Bufale da macello”, di Bernardo Iovene. Il racconto del giornalista si concentra sul territorio del casertano, una delle principali zone di produzione della mozzarella di bufala DOP, dove migliaia di bufale vengono uccise per frenare la diffusione delle infezioni di brucellosi e tubercolosi. 

Queste migliaia di uccisioni però sembrano essere basate su analisi veterinarie obsolete e poco trasparenti che finiscono per favorire il guadagno di un macello in particolare quello della Realbeef di Flumeri (AV), che fa parte del gruppo INALCA S.p.A. che a sua volta fa capo al Gruppo Cremonini, una delle principali multinazionali italiane del settore della carne. Ma andiamo per punti.

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Photo credits: Four Paws

La crudeltà dietro la mozzarella di bufala

Partiamo con una doverosa premessa: la produzione della mozzarella di bufala prevede lo sfruttamento di migliaia di bufale che vengono perlopiù condannate ad una misera vita in sistemi a pascolo 0 e sottoposte a cicli costanti di gravidanze, parti, separazioni e mungiture. A questo si aggiungono anche le vittime nascoste di questo sistema: i bufalini maschi, spesso uccisi in condizioni crudeli e illegali e in altri casi semplicemente fatti nascere per essere mandati a morire al macello. 

Lo abbiamo svelato con il nostro mini-documentario “Una bufala tutta italiana”, in cui abbiamo mostrato con le nostre immagini le terribili condizioni di vita di questi animali. Insieme alle nostre immagini abbiamo divulgato anche quelle raccolte da Four Paws – organizzazione tedesca per la protezione degli animali – e quelle di Paolo Bernini, ex parlamentare del Movimento 5 Stelle che ha condotto numerose ispezioni negli allevamenti di bufale tra il 2013 e il 2018.

Guarda la nostra inchiesta sulle bufale allevate in Italia:

Le immagini che abbiamo raccolto mostrano chiaramente le condizioni igienico-sanitarie terribili in cui le bufale sono costrette a vivere, come i bufalini maschi vengano abbandonati a morire perché considerati inutili, e quale sia il terribile impatto ambientale di questi allevamenti. 

La consapevolezza di queste crudeltà è necessaria per non cadere nella retorica – purtroppo presente anche nel servizio di Report – per cui la mozzarella di bufala rappresenterebbe una delle eccellenze del Made in Italy. Gli animali, alla fine di questa triste vicenda, sono ancora quelli che pagano il prezzo più alto, al bivio tra continuare ad essere sfruttati o condannati ad una morte crudele.  

Perché le bufale vengono uccise nel casertano 

A Caserta sono presenti  l’80% delle oltre 200mila bufale allevate in Italia per la produzione di latte di bufala destinato a diventare prodotto caseario, come la mozzarella. Proprio in questa regione negli ultimi anni sono state abbattute circa 140.000 bufale perché risultate positive alla brucellosi o alla tubercolosi, infezioni che possono diffondersi molto rapidamente negli allevamenti dove gli animali sono costretti a vivere in spazi sovraffollati. 

La brucellosi è una malattia che può contagiare anche l’uomo, nello specifico a rischio contagio sono proprio gli allevatori, che vivono a stretto contatto con gli animali, mentre è doveroso precisare che il batterio non può essere presente nei prodotti caseari poiché sono lavorati a temperature superiori ai 100 gradi che uccidono i batteri. 

L’Asl ha stabilito che, per eradicare queste malattie, l’abbattimento delle bufale infette sia la soluzione più efficace, tanto che se oltre il 20% dei capi di un allevamento risulta positivo si procede addirittura all’abbattimento totale degli animali, anche se i capi restanti sono negativi ai test per le infezioni.

Attualmente in Italia i casi di bufale positive sono in aumento. Questo accade anche perché è stato deciso di dismettere le vaccinazioni preventive delle bufale preferendo un sistema di controlli più frequente da parte dei veterinari. Tuttavia questo sistema sembra presentare diversi problemi: ad esempio gli allevatori sottolineano come i risultati dei test effettuati e poi analizzati dall’istituto zooprofilattico di turno spesso tardino ad arrivare, impedendo di fatto di mettere in quarantena ed isolare gli animali infetti e prevenire così la possibile diffusione delle malattie. 

Photo credits: Four Paws

Secondo gli allevatori intervistati da Report questi abbattimenti sarebbero stati però inutili: quando hanno ricevuto i referti post macellazione delle bufale, infatti, i risultati dei test dichiaravano che solo il 2% degli animali uccisi era davvero malato, gli altri animali abbattuti sono quindi stati ritenuti idonei al consumo umano e destinati alle tavole italiane come carni bovine. 

La “bufala” delle bufale infette?

Nel casertano negli ultimi anni sono state condannate a morte oltre 140.000 bufale perché sospettate di essere positive a brucellosi o tubercolosi. Ma nell’inchiesta di Report la vicenda apre numerosi interrogativi.

Ricapitolando, l’animale esaminato e risultato infetto secondo i primi test effettuati direttamente dai veterinari dell’Asl negli allevamenti a seguito di un secondo controllo, questa volta effettuato dai veterinari presenti nei macelli dove le bufale vengono uccise, risulta negativo ai test e la sua carne viene ritenuta commercializzabile. 

Photo credits: Four Paws

Le mucche che vengono dichiarate positive ai primi controlli in allevamento devono essere isolate e mandate al macello. In questa fase entra in scena un altro protagonista di questa storia: il macello Realbeef di Flumeri in provincia di Avellino, che fa parte del gruppo INALCA S.p.A. che a sua volta fa capo al Gruppo Cremonini, una delle principali multinazionali italiane che opera nel settore della carne.

Dalle testimonianze e dai documenti raccolti da Report, emerge infatti che la stragrande maggioranza delle bufale dichiarate positive nel casertano vengono trasportate e abbattute al macello Realbeef, che si trova a 100 km circa da Caserta. 

Sono gli allevatori stessi a decidere a quale macello mandare gli animali una volta riscontrati positivi ma sembrerebbe che le “spinte” per affidarsi al macello del gruppo Cremonini siano forti e che provengano da diversi fronti. 

Da un lato i commercianti che fanno da intermediari tra gli allevamenti e il macello Realbeef sembrano essere molto presenti sul territorio – addirittura risulta che a volte conoscano i risultati dei test per la brucellosi prima ancora dell’Asl – e facendo leva sulla loro posizione avanzano per primi agli allevatori l’offerta di acquisto delle bufale da sopprimere presso il macello INALCA, a volte proponendo anche pagamenti in nero.

Photo credits: Four Paws

Dall’altro lato, i proprietari dei macelli del territorio casertano denunciano che, nel momento in cui hanno provato a mandare i loro commerciali per comprare i capi risultati positivi hanno iniziato a ricevere controlli più frequenti da parte delle Asl.

La maggior parte delle bufale continuano quindi ad essere trasportate per chilometri verso il macello Realbeef, peraltro in totale contrasto con le indicazioni sanitarie che sconsigliano lo spostamento di capi positivi ad un’infezione su territori così ampi per scongiurare la possibilità di diffondere le malattie. 

“Questo meccanismo è egemonizzato dalla Camorra: più si abbatte, più ne arriva e più si guadagna”.

Avvocato Taormina, Rappresentante della Lega degli allevatori bufalini

Secondo l’avvocato Carlo Taormina che rappresenta la Lega degli allevatori bufalini che hanno fatto ricorso alle ordinanze di abbattimento delle bufale, la regia di questo sistema sarebbe di stampo camorristico. Seppure questa sia una supposizione ancora da provare, se l’ipotesi fosse vera significherebbe che l’istituto zooprofilattico, le autorità veterinarie e l’Asl, oltre alla multinazionale Cremonini proprietaria del macello Realbeef, sarebbero coinvolte in un sistema di stampo mafioso per guadagnare, ancora una volta, sulla pelle degli animali. 

Il guadagno consiste nel fatto che le bufale malate vengono comprate ad un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato e – una volta  ritenute idonee al consumo e quindi  commercializzabili come carne bovina – la loro carne viene rivenduta invece al prezzo di mercato. 

bufalini maschi mozzarella

Un futuro migliore per le bufale (e tutti gli animali) è possibile

Ancora una volta è stato svelato il meccanismo perverso che si nasconde dietro la produzione di quelle che vengono definite le eccellenze del “Made in Italy”.  Come già abbiamo sottolineato più volte, alla fine, a pagare il prezzo più alto di questa vicenda in cui ancora tanti aspetti sono da chiarire, sono gli animali. A guadagnare sulla loro sofferenza e sulla loro morte sono invece le aziende che producono carne o altri derivati.

Questo è il sintomo del problema di fondo di un sistema che non concepisce gli animali come esseri senzienti, ma come oggetti, da usare, sfruttare, e uccidere all’occorrenza per guadagnare. È uno degli stessi allevatori intervistati nel corso del servizio di Report a dichiarare che: 

“Bisogna chiudere e basta”

È sempre più necessario pensare a nuovi sistemi di produzione alimentare alternativi alle proteine animali: esistono altre eccellenze italiane che possono essere valorizzate, che non comportano sfruttamento di milioni di animali e che hanno un impatto ambientale decisamente inferiore. 

Ognuno di noi può fare la sua parte per fermare questo sistema crudele scegliendo di lasciare la sofferenza delle bufale fuori dal proprio piatto e se il racconto di Report non fosse sufficiente, guarda in quali condizioni vengono costrette a vivere le bufale nel nostro Paese.


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