Cibo per i pesci. Il ciclo distruttivo degli allevamenti ittici per gli animali e il nostro Pianeta

Negli ultimi decenni una delle grandi preoccupazioni di chi si interessa della salute del Pianeta è la distruzione progressiva degli ecosistemi marini; tra le prime cause di questa distruzione troviamo l’overfishing, ovvero lo sfruttamento eccessivo delle riserve di pesce. 

Il problema dell’overfishing è molto complesso perché sembrerebbe contrapporre le preoccupazioni per la salute degli ecosistemi marini a quelle comunità che trarrebbero sostentamento principalmente dalla pesca.

Recentemente però sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato, ad esempio delle coste dell’Africa occidentale, non finisca affatto sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto finisca per diventare mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi. 

Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”: c’è una parte del mondo “meno fortunata” che si trova ad utilizzare le sue risorse, come il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo ricca e “più fortunata”. Questo mondo fortunato può permettersi una vasta varietà di cibo, tanto da arrivare a sprecarlo e a gettarlo via – si conta infatti che circa un terzo della produzione globale di cibo venga sprecata in questo modo. 

Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere i pesci pescati dalle popolazioni locali (a che prezzo e in che condizioni, per altro) ed utilizzarli per produrre farina o olio di pesce, prodotti che vengono utilizzato dalle industrie mangimistiche per gli allevamenti intensivi.

Quali sono i Paesi coinvolti?

Nell’ultimo anno e mezzo, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce in attività a marzo del 2019 tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate e, solo in Mauritania, tra il 2014 e il 2018 le esportazioni di farine e oli di pesce sono raddoppiate. È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? Semplice, la richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “fortunato” è in continuo aumento

Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da rintracciarsi solo nei consumi diretti, quando anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a un punto tale che oggi circa il 50% dei prodotti ittici presenti sul nostro mercato provengono da allevamenti. Le farine di pesce vengono usate negli allevamenti per lo più per alimentare pesci carnivori come orate e branzini, ma anche salmoni, ampiamente presenti sulle tavole degli europei. Analizzando il mercato dell’import-export, infatti, si vede che anche l’Italia ha una parte di responsabilità di quello che sta succedendo perché è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.

Per avere un’idea degli ordini di grandezza a cui ci si riferisce, ad oggi circa 1/5 del pesce selvatico di tutto il mondo viene pescato e ucciso per prodotti che sono largamente utilizzati negli allevamenti intensivi di pesce. La maggior parte di questi pesci – acciughe, aringhe e sgombri – è costituita da esemplari dagli elevati contenuti nutritivi per l’uomo ma che attualmente sono considerati specie a rischio. 

Diventa quindi evidente come inserire i prodotti ittici nella propria dieta abbia un impatto sempre più profondo su tutto ciò che ci circonda. 

Quale impatto ha il nostro consumo di prodotti ittici sui pesci?

I primi a pagare il prezzo del continuo aumento della domanda di prodotti ittici e della conseguente crescita degli allevamenti intensivi sono i pesci. È ormai scientificamente provato che questi animali provano dolore ed altri stati d’animo, ma spesso ce ne dimentichiamo e tendiamo a non considerarli degni della nostra compassione quanto gli altri animali. I pesci sono ancora considerati un universo sconosciuto da molti di noi, e inoltre – come nel caso di tanti altri animali sfruttati dall’industria alimentare – non esiste una legge ad hoc per la loro protezione. 

Gli allevamenti intensivi di pesci hanno le stesse logiche e problematiche degli allevamenti intensivi di bovini, maiali, galline, polli e tutti gli altri sfruttati dall’industria alimentare; in queste strutture i pesci vivono in vasche in terra o gabbie di rete in mare, in cui vengono fatti riprodurre e crescere. In ognuna di queste gabbie possono vivere fino a 300mila pesci, in condizioni che limitano i loro comportamenti naturali, come nuotare. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi la norma: i pesci vivono in uno spazio vitale ridotto e, per via dello stress, spesso presentano comportamenti aggressivi che causano lesioni a loro e ai loro compagni. Il sovraffollamento causa anche una scarsa qualità dell’acqua, che spesso diventa torbida e sporca, rendendo più difficile la respirazione ai pesci e portando a una proliferazione di batteri. 

Per i pesci non sono previste nemmeno le norme minime durante la fase di macellazione, come per esempio l’obbligo di stordimento: i pesci vengono semplicemente abbandonati ad agonizzare e morire di asfissia, sia sui pescherecci che negli allevamenti. Essi vengono infatti tolti dall’acqua con grandi reti e lasciati sul ghiaccio a morire, una pratica terribile che provoca loro un incredibile dolore che si può protrarre per ore. 

Quale impatto ha una dieta che prevede anche il consumo di pesci sull’ecosistema marino?

A soffrire per il consumo di prodotti ittici non sono solo i pesci in quanto tali però, la seconda vittima è l’ecosistema marino. I danni provocati da anni di pesca intensiva sono ormai di dominio pubblico: la distruzione dei fondali marini e la conseguente progressiva diminuzione delle riserve ittiche naturali presenti nei nostri mari. 

Non molti però sono a conoscenza dell’impatto ambientale degli allevamenti ittici. Questi  rilasciano nell’ambiente che li circonda enormi quantità di rifiuti: cibo, escrementi, batteri, antibiotici ed altri composti chimici come i disinfettanti. Questi rifiuti intossicano il mare, i terreni e di conseguenza la fauna e la flora che circonda gli impianti ittici, con gravi ripercussioni sull’ecosistema e sulla salute degli uomini impegnati nella pesca. 

Come abbiamo spiegato, negli allevamenti intensivi di specie carnivore si utilizzano enormi quantità di “pesce da foraggio” e di farina e olio di pesce per l’alimentazione degli animali. Naturalmente questi pesci arrivano dalla pesca intensiva, e vanno quindi a incrementare l’effetto dannoso di questa pratica sui fondali marini, mettendo a rischio le riserve naturali di pesce.

Un vero e proprio ciclo distruttivo, da cui nessuno esce vincitore.

Una storia che si ripete

Simile a questo processo, che impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti, è il processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.

Puoi leggere di più su questo argomento nel nostro articolo “Stiamo bruciando l’Amazzonia un boccone alla volta”.

Con il consumo di pesce e altri prodotti ittici, oltre a causare enormi sofferenze a miliardi di animali in tutto il mondo, stiamo contribuendo alla distruzione di uno dei beni più preziosi del pianeta: l’ecosistema marino.

Cosa fare per invertire questa terribile tendenza? Per fortuna, possiamo fare tanto, anche nel nostro piccolo. Scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici è un primo passo che ognuno di noi può compiere, ed è la prima cosa che ognuno di noi può scegliere di fare per aiutare gli oceani: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.

Fonti

  1. Greenpeace, “Pesce Sprecato”, Luglio 2019
  2. FAO, The state of the world fisheries and aquaculture