Cina, animali e pandemie: le promesse mancate e i nuovi contagi

La legge per il  bando di commercio di animali selvatici tarda ad arrivare ed intanto scoppia un nuovo focolaio in un mercato alimentare

Cina, un nuovo focolaio di COVID-19 è esploso a Pechino, l’epicentro sembrerebbe essere il mercato Xinfadi, il più grande della città e di tutta l’Asia, con una superficie di 1,12 milioni di metri quadrati e con circa 10.000 addetti. 

L’origine del focolaio di Xinfadi al momento non è chiara, ma autorità, scienziati e media cinesi parlano di un contagio “importato” dall’estero. Il virus è stato trovato sui taglieri usati per la lavorazione del salmone “importato” dall’Europa: la paura è dilagata e le grandi catene di supermercati hanno rimosso gli articoli incriminati dagli scaffali, i ristoranti lo hanno eliminato dal menù e tutti i prodotti di origine animali importati dall’estero ora vengono controllati in entrata.

Sembrerebbe in realtà che frammenti del patogeno siano stati riscontrati non solo sul tagliere del salmone, ma un po’ ovunque all’interno della struttura. 

Tuttavia, la Cina, che ha impostato la comunicazione delle ultime settimane sullo scampato pericolo, ora preferisce puntare i riflettori sul salmone importato dall’Europa cercando di allontanare l’ipotesi di un più probabile contagio interno.

Ma l’ondata di nuovi casi aiuta a rivelare un contesto allarmante: infatti, ancora una volta la Cina sembra non voler fare chiarezza fino in fondo rispetto ai contagi e al rapporto con gli animali, uno degli elementi chiave che ha portato alla diffusione del COVID-19. 

La mancata promessa del bando al commercio di animali selvatici

A febbraio, in piena pandemia, la Cina si era impegnata a eliminare dalle tavole e, soprattutto dalle bancarelle dei mercati gli animali selvatici, riconosciuti come possibili serbatoi del nuovo coronavirus. 

Circa tre mesi fa, poi, Pechino aveva sospeso la vendita e il consumo di carne di animali selvatici. La sospensione decisa dai vertici dell’Assemblea nazionale avrebbe dovuto confluire in una legge organica nel giro di qualche settimana. Come è successo per esempio a Wuhan, considerata l’epicentro dell’epidemia, che a maggio ha ufficialmente vietato il consumo di animali selvatici, per cinque anni. Del provvedimento di Pechino, però, ancora non c’è traccia.

Pechino sembra voler perdere tempo, come già successo in passato del resto, quando nel 2003, con la Sars, il Paese bandì la vendita di civette delle palme e di 53 altre specie selvatiche, salvo poi far scadere quei divieti temporanei pochi mesi dopo. Da allora, più nulla: la vicenda è caduta nel dimenticatoio, e in quello stesso dimenticatoio si è incubata la SARS-CoV-2, che ora tutti noi conosciamo come COVID-19.

Perché questi provvedimenti cadono nel vuoto? Semplice, il mercato degli animali selvatici vale circa 18 miliardi di dollari, e dà lavoro a oltre 6 milioni di cinesi soltanto negli allevamenti. 

Il nostro futuro oltre la carne

Sì, il rischio di nuove zoonosi, epidemie e pandemie è legato ai wet market, i mercati di animali vivi, dove specie diverse vengono tenute e poi macellate sono una vera e propria bomba ad orologeria. Il Dottor Ian Lipkin, Esperto di Malattie Infettive, ha spiegato bene il perché:

Se prendi degli animali selvatici e li metti in un mercato insieme ad animali domestici e altri animali, dove ci sono infinite opportunità per un virus di fare un salto di specie, stai creando … una superstrada per i virus, che passano così dagli ambienti selvatici alle persone. Non possiamo più tollerare che questo accada. 

E tutto questo senza tener conto delle sofferenze che milioni di animali subiscono in questi luoghi. Per questo noi di Animal Equality abbiamo deciso di fare la nostra parte: in aprile abbiamo lanciato una campagna internazionale per chiedere alle Nazioni Unite di prendere posizione contro i Wet Market: la nostra petizione ha raccolto finora quasi mezzo milione di firme. 

La nostra investigazione in questi mercati, mostrava immagini raccolte in Vietnam, India e Cina, con anche riprese esclusive del mercato di Wuhan, guardala subito:

Ma i wet market non sono l’unico problema: zoonosi ed epidemie sono legate al modo in cui ci rapportiamo agli animali, come li alleviamo, li catturiamo e li priviamo dei loro spazi, quindi in definitiva è legato irreversibilmente al consumo di carne, e questo non solo in Cina, ma in tutto il mondo. 

L’epidemia scatenata dal virus COVID-19 non è la prima correlata al commercio e al consumo di animali: l’influenza H1N1 (Influenza suina), la sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) e la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) sono altri tre esempi di virus che probabilmente si sono originati negli animali per poi passare all’uomo causando pericolose epidemie. 

Ma questo non è l’unico aspetto che ci dovrebbe preoccupare, perché consumare prodotti di origine animale, carne, salumi, latticini e altri derivati espone ad altri rischi di salute pubblica niente affatto sottovalutabili e che possono avere conseguenze anche peggiori di quelli dell’attuale pandemia di COVID-19. 

Il fenomeno dell’antibiotico-resistenza ad esempio è stato definito dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) “una delle maggiori minacce per la salute globale” nel futuro ed è strettamente legata al massiccio uso di antibiotici negli allevamenti intensivi, come abbiamo recentemente spiegato in un articolo; e ricordiamo che il nostro Paese, l’italia, è il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici per gli animali da allevamento in Europa (dati EMEA, 2017).

Il problema non è legato solo ai wet market – che per l’orrore che rappresentano vanno ugualmente chiusi. Anche gli allevamenti intensivi hanno la loro parte di responsabilità nel minacciare la salute pubblica ed è ora che le istituzioni se ne rendano conto. Negli anni i nostri investigatori hanno investigato oltre 700 strutture tra macelli e allevamenti in tutto il mondo, ed ogni volta hanno trovato condizioni critiche per gli animali, ma anche condizioni igieniche inaccettabili

Gli animali negli allevamenti intensivi di tutto il mondo vengono maltrattati ogni giorno e sono costretti a vivere in condizioni orribili, ammassati tra loro, nei loro stessi escrementi o accanto ad animali già morti. Tutto questo è inaccettabile sia per gli animali che per noi stessi. Così facendo stiamo creando le condizioni perfette per l’esplosione di nuove pericolose malattie, strettamente legata proprio agli allevamenti intensivi. 

Questo trattamento che riserviamo agli animali e alla natura è un vero e proprio boomerang che si ripercuote su tutti noi in forme di problemi di salute pubblica, impatto sulla natura e cambiamento climatico. 

Prima o poi la questione andrà presa frontalmente, tanto in Cina, quanto nel resto del mondo, auspicando di risultati più incisivi del divieto di consumo di cani e gatti in Cina, o dell’intenzione dell’UE di regolare il traffico di animali selvatici nei suoi confini 

Ci vogliono pressioni politico-economiche, ci vogliono documentazioni e reportage per mostrare la verità e azioni di peso. Noi abbiamo intenzione di percorrere tutte queste strade per arrivare alla risoluzione del problema. 

Noi siamo la voce fuori dal coro e vogliamo continuare ad esserlo: supporta chi combatte ogni giorno in prima linea per il futuro degli animali, delle persone e del Pianeta.