Coronavirus, animali, selvatici

Coronavirus, emergenza globale, ma anche gli allevamenti intensivi portano rischi per la salute pubblica.

Coronavirus: come sia avvenuto il salto da animali ad esseri umani ancora non è chiaro, né se il salto sia davvero avvenuto al mercato di Wuhan. Ma in Cina e in tutto il mondo l’indignazione popolare verso chi mangia specie esotiche, possibili serbatoi del patogeno, è ai massimi, e le autorità cinesi stanno cogliendo l’occasione per rimediare a questa situazione. 

La scorsa settimana i vertici dell’Assemblea nazionale – questo il nome attribuito al corrispettivo del Parlamento in Cina – hanno annunciato la decisione di bandire il commercio di animali selvatici ed esotici, una scelta per ora temporanea, ma che dovrebbe confluire in una legge organica nei prossimi mesi. È noto che in alcune zone della Cina è uso mangiare carne di cani e gatti, come gli investigatori di Animal Equality hanno avuto modo di filmare nel corso delle inchieste realizzate proprio su territorio cinese.

Guarda l’investigazione di Animal Equality in Cina

Ma ad essere consumata non è solo la carne di cani e gatti: anche serpenti, tartarughe, rane, insetti vengono venduti vivi nei “Wet Market”, dove avvengono delle vere e proprie atrocità nei confronti degli animali. 

L’attuale emergenza sanitaria che stiamo vivendo nel mondo e nel nostro Paese a causa del Coronavirus sembra dunque essere correlata al consumo di carne di animali selvatici in Cina. 

La preoccupazione per questa forma di virus molto contagiosa è giusta e comprensibile, eppure ci sono altri problemi di salute pubblica che dovrebbero preoccupare la comunità mondiale e che derivano dagli allevamenti intensivi, ma che non hanno nulla a che fare con terribili mercati di animali vivi come quelli che si trovano in Cina.

Antibiotico-resistenza, una minaccia per la salute globale

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di antibiotico-resistenza: cos’è l’antibiotico-resistenza? In parole semplici, è il fenomeno per cui alcuni batteri stanno sviluppando una resistenza agli antibiotici che utilizziamo per curarci. Cosa significa? Significa che in un futuro non troppo lontano potremmo avere – e in parte già ci sono – batteri che non saremo in grado di curare, perché ormai del tutto resistenti agli antibiotici. 

L’antibiotico-resistenza è un problema enorme poiché gli antibiotici hanno un ruolo fondamentale nella vita moderna e soprattutto in medicina: si utilizzano non solo per neutralizzare i batteri, ma anche per prevenire l’insorgenza di infezioni: ad esempio  negli interventi chirurgici di ogni genere, dall’estrazione di un dente al trapianto di un cuore. Tutte operazioni che, a causa della crescente adattabilità dei batteri agli antibiotici, potrebbero diventare molto più pericolose di quanto siano ora.

La preoccupazione è fondata: ogni anno 700 mila persone muoiono per infezioni resistenti agli antibiotici, ma il numero crescerà fino a 10 milioni l’anno nel 2050 se non si prendono provvedimenti (dati OMS, 2019). A detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità  è “una delle maggiori minacce per la salute globale”.

Ma perché diventiamo resistenti agli antibiotici?

Una delle cause principali della diffusione dell’antibiotico-resistenza sono gli allevamenti intensivi.

In Italia, circa il 70% degli antibiotici venduti è destinato agli animali da reddito. Siamo il terzo maggiore utilizzatore di antibiotici per gli animali da allevamento in Europa (dati EMEA, 2017).

A causa dell’aumento del numero e della densità degli allevamenti, gli antibiotici sono diventati uno strumento utilizzato dall’industria della carne per mantenere in vita gli animali. Lo stress, il sovraffollamento e le carenti condizioni igieniche presenti negli allevamenti industriali rendono gli animali più vulnerabili alle malattie, ed è per questo che è prassi comune aggiungere alla dieta degli animali all’ingrasso antibiotici come la tetralina o la penicillina, che velocizzano e aumentano la produzione di carne e, allo stesso tempo, diminuiscono la mortalità animale. 

Un altro aspetto molto importante è che questi farmaci non vengono somministrati solo agli animali malati, ma vengono somministrati in via preventiva a tutti gli animali della struttura. 

Enrico Moriconi, medico veterinario e dirigente del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in un interessante articolo sul tema, sottolinea come uno degli elementi più critici riguardanti l’argomento igiene e salute è l’eccessiva somministrazione di antibiotici all’interno degli allevamenti

«Gli antibiotici sono la base dell’allevamento intensivo: gli allevamenti intensivi sono storicamente nati nel momento in cui sono stati disponibili grandi quantità di antibiotici. Questi farmaci rendono possibile l’allevamento, altrimenti lo stress, il sovraffollamento, le carenti condizioni igieniche farebbero scoppiare delle malattie. Questi farmaci aumentano la crescita degli animali e contemporaneamente li proteggono da alcune malattie. Nel caso dei virus non servono. Il fatto che l‘antibiotico sia somministrato continuativamente, nonostante sia ammesso farlo solo in caso di terapia, è facilmente dimostrabile. Qualche anno fa, ad esempio, ci fu lo scandalo in Gran Bretagna dei polli che venivano rietichettati e venduti anche un mese dopo la reale scadenza. Ebbene, questo fu possibile proprio perché i polli sono pieni di sostanze chimiche che non li fanno ‘marcire’».

Enrico Moriconi, medico veterinario e dirigente del Servizio Sanitario Nazionale (SSN)
Antibiotici in un allevamento intensivo in Italia

Come si trasmettono i batteri antibiotico-resistenti? 

Il passaggio dei batteri antibiotico-resistenti dagli allevamenti alle persone è più semplice di quanto sembra: questo passaggio avviene tramite le carcasse degli animali, ma anche tramite gli impianti di ventilazione degli allevamenti e i rifiuti, che purtroppo – come abbiamo spesso documentato noi, ma anche altre organizzazioni nazionali ed internazionali – finiscono direttamente nell’ambiente circostante all’allevamento. Anche i trasporti degli animali da allevamento a macello, o da allevamento ad allevamento, sono complici della diffusione dei super-batteri. Esposti al rischio di contrarli sono poi soprattutto i lavoratori degli allevamenti stessi. Con tutte queste modalità i batteri super-resistenti creati dall’uso massiccio di antibiotici arrivano alla popolazione umana, diventando una grave minaccia per la nostra salute.

Farmaci fondamentali come gli antibiotici, così, potranno presto non esserlo più e il tasso di mortalità per infezioni una volta trattabili aumenterà, e questo sarà un vero problema per la comunità globale.

Antibiotici ovunque: nel latte, nelle acque e nei terreni

A dimostrazione di quanto i cittadini siano esposti all’assunzione inconsapevole di farmaci, tra cui gli antibiotici, c’è una recente ricerca svolta da Il Salvagente, che ha condotto un’analisi sul latte venduto in supermercati e discount italiani, trovando in più della metà delle confezioni analizzate tracce di farmaci, i più frequenti: il dexamethasone (un cortisonico), il neloxicam (antinfiammatorio) e l’amoxicillina (un antibiotico).

Questi farmaci vengono utilizzati sulle mucche sfruttate per la produzione di latte per curare le mastiti che molto spesso insorgono per via dei terribili ritmi di mungitura.

In tutti i casi le concentrazioni di medicinali nel latte erano tra 0,022 mcg/kg e 1,80 mcg/kg, quindi in regola con i limiti di legge, ma quali possono essere gli effetti sul lungo termine di un consumo costante di dosi, seppur bassissime, di farmaci? Soprattutto tenendo  presente che il latte è ampiamente consumato dai bambini e dagli adolescenti nella fase di sviluppo?

Il test condotto da Il Salvagente ha confermato i risultati ottenuti dalla ricerca su 56 latti italiani, pubblicata sul Journal of Dairy Science e condotta da un team dell’Università Federico II di Napoli e da quella di Valencia e che ha portato a trovare sostanze farmacologicamente attive nel 49% dei campioni, a concentrazioni tra 0,007 e 4,53 mcg/kg.

E se questo esempio non bastasse a capire la portata del problema: durante i mesi di giugno e luglio del 2018 Greenpeace ha condotto un’analisi in 10 paesi europei per verificare la presenza di medicinali ad uso veterinario, pesticidi, nutrienti e metalli nell’ambiente e nei corsi d’acqua.

I campionamenti sono stati effettuati in 29 fiumi e canali di irrigazione, in regioni con una forte presenza di allevamenti intensivi, nel caso dell’Italia nella zona della Pianura Padana. Risultato? Sono stati trovati più di 20 farmaci – fra cui 12 antibiotici – e oltre 100 pesticidi differenti. Gli antibiotici sono stati trovati in oltre due terzi dei campioni analizzati, e questa presenza costante potrebbe contribuire alla diffusione di batteri resistenti agli antibiotici.

Sembra dunque che, anche se in strutture intensive considerate a norma di legge in tutta Europa, in contesti quindi completamente differenti dai “Wet Market” cinesi, il mondo “occidentale” non sia immune da quella che è e sarà una delle emergenze sanitarie più importanti del futuro.

Cosa ci insegna la storia?

La storia, anche guardando solo quella più recente, ci dovrebbe insegnare che gli allevamenti intensivi  celano in realtà una grande componente di rischio per la salute pubblica. Il modo in cui “aggreghiamo” migliaia di animali e li usiamo per “produrre” cibo ci ha esposti negli anni a patologie gravissime, dannose sia per noi sia per gli animali. 

Il Coronavirus è solo l’ultima delle terribili patologie che, in qualche modo, provengono dall’abitudine di consumare prodotti animali, selvatici o allevati che siano.

Alcune delle gravi minacce alla salute pubblica degli ultimi 20 anni sono state conseguenze dirette del consumo di carne e prodotti animali, ad esempio:

Il caso del manzo agli ormoni

Nel 1988 esplose un grande caso perché si scoprì che la carne di manzo proveniente dagli USA conteneva ormoni steroidei, utilizzati normalmente negli allevamenti americani per incrementare la crescita degli animali. La questione non è banale visto che in alcuni casi si tratta di sostanze classificate dallo IARC come cancerogene. Nonostante ciò, gli americani utilizzano anabolizzanti e ormoni con regolarità per l’allevamento di capi bovini e ovini. Dopo il caso degli anni 80, si aprì un contenzioso tra Europa e USA e solo nel 2019 le due Nazioni hanno raggiunto un accordo per consentire agli USA di esportare ogni anno in Europa 35mila tonnellate di carne bovina non trattata con ormoni.

La “mucca pazza”

Ebbe inizio trent’anni fa, nel 1986, quando in Gran Bretagna si registrano i primi casi di encefalopatia spongiforme bovina (BSE), poi passata alla storia come “morbo della mucca pazza”. Il Regno Unito iniziò un’attività di sorveglianza passiva sui bovini, ma a metà degli anni novanta si scatenò l’allarme perché si scoprirono i primi casi del morbo nelle persone. La malattia ha avuto origine perché sono stati somministrati ai bovini allevati mangimi arricchiti con farine prodotte dall’incenerimento delle ossa di altri bovini precedentemente macellati, costringendo così le mucche a un vero e proprio cannibalismo. Il morbo della mucca pazza non fu la classica infezione che può risolversi con una lieve sintomatologia a carico dell’apparato digerente, anzi: si tratta di una patologia molto grave che comporta la progressiva morte delle cellule nervose del cervello con un decorso molto più veloce di qualsiasi altra demenza, la morte può arrivare anche in tre mesi. Il contagio maggiore si ebbe in Inghilterra, furono 158 le persone vittime e morirono migliaia di mucche, fino anche a cento al giorno. 

Aviaria

L’ultima delle grandi paure – prima del Coronavirus – è stata causata dall’aviaria. L’influenza aviaria è una malattia degli uccelli diffusa in tutto il mondo, ed è in grado di contagiare pressoché tutte le specie di uccelli compresi quelli allevati a scopo alimentare. Dall’inizio dell’epidemia nelle zone del Sud-est asiatico, che ha preso il via nel corso del 2003, l’Oms ha lanciato un allarme a tutte le istituzioni internazionali a cooperare per attuare piani e azioni preventive per ridurre il rischio di passaggio all’uomo del virus aviario. Dall’inizio del 2003, H5N1 ha effettuato una serie di salti di specie, acquisendo la capacità di contagiare anche gatti e topi, trasformandosi quindi in un problema di salute pubblica ben più preoccupante. La capacità del virus di infettare i maiali è nota da tempo, e quindi la promiscuità di esseri umani, maiali e pollame è notoriamente considerata un fattore di rischio elevato. Nelle epidemie recenti, a partire dal 2003, è stata documentata la capacità di questo virus di contagiare direttamente anche gli esseri umani, causando forme acute di influenza che in molti casi hanno portato a morte. Fra il 2003 e il 2008 l’aviaria ha provocato 351 casi di infezione e 129 morti, soprattutto in Asia. Durante quegli anni l’aviaria ha portato con sé una forte preoccupazione a cui è conseguita una contrazione dei consumi di carne bianca, e l’abbattimento di milioni di volatili negli allevamenti di mezzo mondo.

In un recente articolo su La Stampa, a firma del divulgatore scientifico Mario Tozzi, si legge che: «Altri casi recenti di malattie che hanno generato molti morti e un allarme generale, come Ebola, Sars e Zika, ma anche H1N1 e Mers potrebbero essere correlate al consumo di prodotti animali. I ricercatori partono da una semplice considerazione, che il minimo comune denominatore di tutte queste patologie è indubbiamente la trasmissione animale. Il 70% delle EID (Emerging Infectious Diseases, malattie infettive emergenti) deriva da un’interazione più o meno diretta tra animali selvatici, addomesticati e uomini».

Cosa possiamo fare?

Sembra quindi evidente che la crescita esponenziale di allevamenti intensivi e dei consumi di carne e derivati ci abbia esposto sempre più a rischi sanitari globali. Alcuni però sono  ancora più preoccupanti di quelli che oggi sembrano già così drammatici, come il Coronavirus. Questi rischi infatti stanno sorgendo proprio in questi anni e non sono ancora arrivati al massimo della loro nocività, come il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che – ricordiamo – l’Oms ritiene sarà “una delle maggiori minacce per la salute globale”. 

Non abbiamo molto tempo per agire, ma sicuramente ciascuno di noi e le istituzioni nazionali e internazionali in particolare devono porsi una domanda fondamentale: cosa possiamo fare ora per evitare questa catastrofe?

La risposta risiede sempre in scelte importanti, come quella di cambiare i nostri consumi, anche a livello personale. Oggi più che mai possiamo dire che le nostre scelte alimentari – come singoli e come gruppo – hanno un impatto enorme sulla vita degli animali, ma anche sulla salute delle persone e sul futuro di tutto il pianeta.