Gli allevamenti intensivi sono uno dei principali fattori di rischio per la prossima pandemia globale – ma abbiamo un’alternativa

Autore: Włodzimierz Gogłoza

Dottore in legge e autore di numerose pubblicazioni di ricerca empirica sugli stati della natura. Nel privato e per passione ricercatore sull’Islanda medievale, amante delle arti marziali e fan della letteratura di fantascienza.

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Con la progressiva minaccia epidemiologica posta dal coronavirus SARS-CoV-2, una serie di termini precedentemente noti quasi esclusivamente agli specialisti sono entrati nel linguaggio comune: “coronavirus”, “periodo di incubazione”, “vettore di infezione”. A lungo termine, tuttavia, il più importante di questi termini può rivelarsi “zoonosi”, e cioè “malattia animale”.

La malattia coronavirus 2019 (COVID-19) sembrerebbe essere l’ultima di una serie di malattie infettive a rapida diffusione causate da virus provenienti da animali che sono riusciti a superare la barriera interspecie e a infettare l’uomo (le cosiddette malattie zoonotiche).

Dei circa 1.400 agenti patogeni noti alla medicina moderna, più di 800 (~60%) sono derivati da animali. Quasi ogni anno vengono scoperti nuovi agenti patogeni di origine animale che rappresentano una grave minaccia per l’uomo. Le malattie pericolose causate da virus zoonotici, oltre alla COVID-19, comprendono l’influenza aviaria e suina, la sindrome respiratoria acuta grave SARS e vari tipi di febbre emorragica, tra cui l’Ebola.

Le infezioni zoonotiche sono più spesso virali (meno spesso batteriche) e si verificano sia per contatto diretto con l’animale malato che per consumo della sua carne.

I ricercatori sospettano che la fonte dell’attuale diffusione del coronavirus sia il mercato della carne a Wuhan, dove molte specie di animali selvatici e domestici sono stati venduti in condizioni terribili, all’interno dei cosiddetti “Wet Markets”. Le autorità cinesi stanno attualmente eliminando gradualmente tali mercati in tutto il paese a causa della minaccia che rappresentano per la salute pubblica. (N.B. Anche se recentemente le promesse di Pechino sembrano essere state disattese)

Tuttavia, la natura esotica e apparentemente lontana dei mercati asiatici di animali vivi non deve ingannarci. Purtroppo infatti la minaccia per la nostra salute non si limita solo a questi luoghi. Secondo gli esperti, uno dei principali fattori di rischio epidemiologico è attualmente il sistema convenzionale di allevamento del bestiame. Particolarmente pericolosi a questo proposito sono gli allevamenti intensivi, dove viene confinata la stragrande maggioranza degli animali destinati al consumo umano.

A causa dell’altissima densità e della bassa diversità genetica degli animali che vi sono allevati, tali allevamenti offrono uno spazio eccellente per la rapida diffusione dei virus. Questo fenomeno è favorito anche dalla altissima intensità della produzione, che provoca uno stress cronico a questi animali e di conseguenza indebolisce il sistema immunitario. Tra i potenziali fattori di trasmissione delle zoonosi vi sono il trasporto su lunghe distanze e la vasta catena di approvvigionamento utilizzata dall’industria agroalimentare.

Come spiega il professor Michael Osterholm, direttore del Center for Infectious Disease Research and Policy:

«La preoccupazione che sentiamo o leggiamo più spesso circa il destino degli animali nel mondo di oggi è la loro grave diminuzione numerica, compresa l’estinzione di un numero crescente di specie. Eppure c’è stata anche un’esplosione del numero di animali allevati a scopo alimentare per nutrire la sempre crescente popolazione umana. Per esempio, nel 1960, si stimava che nel mondo ci fossero 3 miliardi di polli; oggi ce ne sono circa 20 miliardi. E poiché un pollo cresce così rapidamente, quel petto sul vostro piatto di oggi  fino a trentacinque giorni fa era solo un embrione. Possiamo passare attraverso ben undici o dodici generazioni di polli in un anno. Ognuno di questi volatili rappresenta una potenziale provetta in cui può crescere un nuovo virus o un nuovo batterio. E per la natura stessa della produzione di pollame in tutto il mondo, questi animali sono a stretto contatto con l’uomo; condividono il respiro con chi si prende cura di loro. Lo stesso vale per i maiali. Oggi, ci sono più di 400 milioni di maiali che nascono ogni anno, e si dà il caso che il maiale sia il perfetto “contenitore genetico” per i virus dell’influenza aviaria e umana instabili e facilmente mutanti. Per aggiungere altra benzina sul fuoco, si prevede che la popolazione di polli e maiali aumenterà almeno del 25-30 per cento nei prossimi vent’anni per contribuire a nutrire la popolazione umana in rapida crescita».

Le conseguenze negative della zootecnia convenzionale sono ben illustrate dalle ricerche sullo sviluppo di agenti patogeni provenienti dai suini. Tra il 1985 e il 2010, la produzione globale di carne suina è aumentata di oltre l’80%. Durante lo stesso periodo, 77 nuovi agenti patogeni sono stati identificati negli allevamenti di suini su scala globale, cosa che non si è verificata in questi animali prima del 1985. L’82% di questi agenti patogeni è stato trovato nel 20% dei paesi con la più alta percentuale di carne suina del mondo.

Almeno uno degli agenti patogeni provenienti dai suini si è rivelato mortale per l’uomo. Secondo diverse stime, durante la pandemia di influenza suina A/H1N1 nel 2009, nel mondo sono morte tra le 100.000 e le 400.000 persone, e altre 180.000 persone sono morte a causa di complicazioni post-malattia.

Per ridurre il potenziale patogeno degli allevamenti intensivi, gli allevatori usano comunemente gli antibiotici come additivo per mangimi. E questo accade anche in Italia. Sebbene una legge dell’Unione Europea proibisca l’uso di antibiotici a scopo preventivo (possono essere usati solo a scopo terapeutico e sotto controllo veterinario). L’Italia inoltre è risultato essere uno dei paesi europei che fa il maggior uso di antibiotici all’interno degli allevamenti, in modo assolutamente indiscriminato. 

L’uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti intensivi è considerato dagli epidemiologi come una delle maggiori minacce per la salute pubblica nel mondo. Con l’aumento del consumo di prodotti zoonotici contenenti antibiotici, aumenta il rischio che gli agenti patogeni diventino immuni agli agenti antimicrobici (la cosiddetta resistenza agli antibiotici) .

Già oggi le infezioni causate da agenti infettivi resistenti agli antimicrobici causano circa 50.000 morti all’anno solo in Europa e negli Stati Uniti. Un rapporto redatto nel 2014 per le autorità britanniche avverte che se questa situazione rimarrà invariata, 300 milioni di persone nel mondo moriranno prematuramente a causa della resistenza agli antibiotici entro il 2050.

Alla luce di questi dati, non dovrebbe sorprendere che gli scienziati pandemici siano convinti che il peggio deve ancora venire. Come si legge in un recente rapporto per l’Organizzazione Mondiale della Sanità:

«Se è vero che “il passato è un prologo” allora c’è un pericolo molto reale di una pandemia in rapida progressione, altamente letale, causata da un agente patogeno respiratorio che ucciderà tra i 50 e gli 80 milioni di persone e in un colpo solo quasi il 5 per cento dell’economia mondiale. Una pandemia di queste proporzioni sarebbe un disastro, causando il caos diffuso, l’instabilità e l’insicurezza. Il mondo non è preparato per questo».

Pertanto, quando si osservano i frenetici sforzi delle autorità in vari paesi del mondo per fermare la pandemia COVID-19, dobbiamo essere consapevoli che attualmente stiamo combattendo solo i sintomi e gli effetti, non le cause. L’enorme sforzo e la dedizione dei professionisti della salute, dei servizi sanitari ed epidemiologici e degli scienziati che lavorano sul vaccino non produrranno purtroppo risultati duraturi a meno che non siano accompagnati da cambiamenti sistemici nel modo in cui otteniamo e produciamo il cibo.

Come sostiene la dott.ssa Liz Specht del Good Food Institute in risposta alla pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 in corso:

«È giunto il momento di riconoscere che come civiltà siamo cresciuti con  un modo antiquato di usare gli animali per produrre proteine. La caccia e l’allevamento hanno contribuito per millenni alla crescita della popolazione umana. Ma nel 2020 dobbiamo essere brutalmente onesti l’uno con l’altro. Non possiamo più farlo. L’attuale sistema [di produzione alimentare] non funziona correttamente. E’ anche inefficiente, incerto, insostenibile ed estremamente pericoloso».

Fortunatamente, come aggiunge Specht, c’è un’alternativa a tutto questo, e cioè la produzione sempre più avanzata di alternative alla carne molto simili ad essa, a base di proteine vegetali, e la rapida crescita del settore cosiddetto di “allevamento cellulare” di carne in vitro (a volte chiamato “clean meat” o “carne cellulare”).

Hamburger, salsicce, salumi, formaggi e latte a base di legumi ad alto contenuto proteico sono disponibili sugli scaffali da molti anni. Fino a poco tempo fa, tuttavia, la maggior parte della produzione in quest’area era realizzata a margine di altre attività di grandi aziende, e i suoi principali clienti erano principalmente vegani, vegetariani e persone con allergie alimentari. Al giorno d’oggi, a causa del crescente interesse per gli analoghi della carne da parte dei clienti che seguono un’alimentazione più  tradizionale, la loro produzione di massa viene effettuata da importanti aziende alimentari, tra cui Nestlé, Unilever, Cargill e Tyson Foods. Anche in Italia secondo gli ultimi dati Eurispes il 7,3% della popolazione ha scelto una dieta vegetariana o vegana

La crescita estremamente dinamica del settore  di quelle che possiamo chiamare “carni vegetali” è illustrata dall’andamento in borsa di uno dei suoi leader, la start-up americana Beyond Meat. Poco dopo il suo debutto alla borsa del NASDAQ, il valore delle azioni della società è aumentato del 734%, che è stato il miglior risultato raggiunto negli Stati Uniti nell’ambito della cosiddetta offerta pubblica iniziale (o IPO) nel 2019.

La grande quantità di denaro investita nel settore delle proteine vegetali non significa solo una crescente disponibilità di prodotti realizzati con queste ultime, ma anche la possibilità di condurre ricerche sempre più avanzate sulle loro proprietà nutrizionali, di gusto e di consistenza. I prodotti che ne derivano, come i già citati Beyond Meat burger, o il loro principale concorrente, Impossible Burger, sono sempre più spesso sottoposti a test di gusto alla cieca (la maggior parte degli intervistati non è in grado di distinguerli dalla carne di provenienza convenzionale), soddisfacendo così le esigenze sensoriali dei prodotti a base di carne senza utilizzare animali provenienti da pericolosi allevamenti intensivi . E – molto importante –  questi prodotti hanno spesso valori nutrizionali migliori rispetto alle loro controparti della carne e sono privi di contaminazione da antibiotici e ormoni della crescita di origine animale. Tutto questo con un uso molto inferiore  delle risorse naturali e con emissioni di gas serra drasticamente più basse .

Ancora più importante per la sicurezza e la sostenibilità alimentare può essere il settore delle carni cellulari in rapida crescita. La carne pura è carne prodotta al di fuori del corpo dell’animale, dopo la raccolta dei tessuti da esso derivati. Sebbene la sua produzione sia spesso pensata in termini di produzione in laboratorio, in pratica tali impianti assomigliano più a moderne microbirrerie che a centri di ricerca e sviluppo. I prodotti così ottenuti hanno gli stessi valori nutrizionali e gli stessi sapori dei loro omologhi tradizionali e non comportano l’allevamento e l’uccisione di animali. Ciò consente ai produttori di “clean meat” di mantenere un livello molto più elevato di protezione biologica e sanitaria ed eliminare così la maggior parte dei rischi epidemiologici, in particolare zoonotici, associati agli allevamenti tradizionali.

Il settore della carne alveolare è ancora in fase di avvio, tuttavia, i fondi molto consistenti investiti in esso da persone come Bill Gates, Richard Branson e Sergey Brin e da magnati dell’industria della carne convenzionale, come le aziende americane Tyson Foods e Cargill, o la tedesca PHW-Gruppe (proprietaria della Drobimex polacca) ci permettono di sperare che presto avrà una quota significativa nel mercato alimentare.

Di fronte alla crescente pandemia zonotica, l’intensificazione degli sforzi per sviluppare rapidamente alternative alla zootecnia industriale sembra essere particolarmente importante. Le proteine vegetali e la carne cellulare non ci permetteranno di combattere il coronavirus zoonotico attualmente diffuso nell’uomo, ma possono aiutarci in modo significativo a proteggerci da un’altra minaccia di questo tipo

Come la Dott.ssa Liz Specht ha affermato  in precedenza:

«Sia gli analoghi della carne vegetale che i prodotti a base di carne cellulare sono esenti dai problemi inerenti all’insicurezza alimentare e alle zoonosi legate  ai prodotti animali. La moderna produzione di proteine vegetali e cellulari fornisce ai consumatori un passaggio indolore tra i loro alimenti preferiti, oltre a enormi vantaggi in termini di sicurezza alimentare e sostenibilità lungo tutta la catena di approvvigionamento».

Note e riferimenti bibliografici

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