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Il COVID-19 non ferma allevamenti e macelli

Gli animali continuano ad essere allevati, trasportati  e macellati, in un sistema per cui carne e derivati sono ancora beni “necessari”.

L’ultimo decreto del governo, ormai risalente ad alcune settimane fa, ha introdotto misure molto severe per prevenire la diffusione del Coronavirus, tra queste la chiusura di aziende, fabbriche ed altre attività non ritenute essenziali.

Nonostante questo blocco quasi totale c’è un comparto dell’industria che non conosce stop o chiusure, quello del settore agroalimentare. Il Direttore Generale della sanità animale e dei farmaci veterinari, infatti, ha inserito tra le attività che non possono essere differite la raccolta del latte e la raccolta delle uova; la raccolta e lavorazione dei sottoprodotti di origine animale; e anche il ricevimento e la lavorazione delle carcasse, lo spostamento di animali da allevamento e da macello e la macellazioni di animali.

Tutto si ferma dunque, tranne l’industria che ogni anno condanna a morte nel mondo oltre centocinquanta miliardi di animali.

La sofferenza in allevamenti e macelli, non conosce chiusure

Non conoscono dunque tregua dalle loro sofferenze i milioni di animali stipati negli allevamenti di tutta Italia, che continuano a nascere e vivere in condizioni terribili. 

Si parla di circa 5,7 milioni di bovini, dai 9 ai 12 milioni di maiali, 7,5 milioni tra pecore e capre, 21 milioni di conigli e oltre 195 milioni tra polli e galline ovaiole (i dati fluttuano a seconda degli anni, ma sono comunque stabili o in crescita).

Prigionieri – loro per tutta la vita – perlopiù in allevamenti intensivi, ovvero in capannoni bui e sporchi, senza la possibilità di esprimere neppure i comportamenti naturali. Luoghi terribili che i nostri investigatori hanno più volte investigato.

Guarda come vivono gli animali negli allevamenti intensivi in Italia

Neppure i trasporti di animali da altri Paesi europei ed extraeuropei si fermano

Non si fermano neppure i camion che trasportano gli animali all’interno di confini nazionali, europei ed extraeuropei per condurli dagli allevamenti ai macelli, come abbiamo ben raccontato in questo approfondimento. La Commissione Europea ha infatti stabilito che, nonostante i divieti imposti sugli spostamenti, e i controlli alle frontiere, si debba “garantire anche la libera circolazione delle merci, e ciò è particolarmente importante per beni essenziali quali gli alimenti, compreso il bestiame”.

I terribili viaggi che gli animali vivi devono affrontare dunque non si fermano e, se possibile, le condizioni di questi viaggi della morte sono addirittura peggiorate a causa della pandemia in corso: poiché i veicoli sono costretti ad affrontare interminabili code alle frontiere, conseguenza, la già estrema sofferenza degli animali, viene amplificata nel tempo. 

Un esempio? Nei giorni scorsi si sono registrate code di automezzi lunghe 15-40 km sul lato tedesco del confine polacco; e code di circa 40 km al confine tra Lituania e Polonia. 

Una sofferenza “essenziale”?

Nonostante la decisione di chiudere tutto, dunque, per le istituzioni Italiane garantire ai cittadini la presenza di carne e derivati animali resta ancora un’attività essenziale. Si tratta chiaramente di una problematica molto complessa, non solo politica ma anche culturale, dal momento che per buona fascia della popolazione mondiale gli animali allevati a scopo alimentare continuano ad essere considerati solo “cibo” e come tali beni essenziali da allevare e consumare anche in tempi di crisi.

Eppure è proprio in questi tempi di crisi che dovrebbero nascere spunti di riflessione per la costruzione di un futuro diverso, infatti è proprio per via del rapporto dell’intera società globale con gli animali e la natura che stiamo vivendo questa crisi.

Lo scoppio della pandemia è infatti correlato a doppio filo, tanto ai wet market, quanto alla deforestazione e al sistema di produzione di carne a livello mondiale.

Il sospetto della comunità scientifica, infatti, è che il COVID-19 sia passato all’uomo nel wet market di Whuan, in Cina, famoso per il commercio di animali selvatici. I wet market hanno ricoperto anche in passato il ruolo di primi epicentri di altre gravi epidemie, come quella di SARS, questo perché in questi mercati di animali vivi si costringono a convivere animali selvatici (portatori di virus) e animali allevati; inoltre le terribili condizioni igieniche e le macellazioni effettuate direttamente sul posto creano il terreno perfetto per la diffusione dei virus all’uomo. Proprio per questi motivi stiamo portando avanti una campagna internazionale per chiedere la chiusura dei wet market in tutto il mondo

Ma la responsabilità non è solo dei wet market in Cina, infatti l’innalzamento del numero di zoonosi (ovvero di infezioni che passano da animali a uomo) è strettamente legato al cambiamento delle modalità di produzione di cibo, a livello globale. 

Il sistema di allevamento intensivo, ormai il più diffuso a livello globale, è infatti complice della diffusione di nuove epidemie e pandemie in diversi modi. In primo luogo è esso stesso serbatoio di virus, tanto che le ultime influenze aviarie e suine si sono sviluppate proprio all’interno degli enormi allevamenti di questi animali. Ma non si tratta solo di questo, allevare un numero così elevato di animali in tutto il mondo richiede una grande quantità di cereali per nutrirli e di terreni per allevarli. Per questo territori dove prima sorgevano foreste vengono asserviti alle necessità e trasformati in coltivazioni di soia ed altri cereali destinati agli animali negli allevamenti, o in allevamenti e pascoli.

E il problema non è causato solo dai locali che abitano questi territori, e a riprova di questo basta pensare che solo l’Italia ad oggi importa 1,3 milioni di tonnellate di soia da destinare principalmente ai mangimi nell’industria dell’allevamento. Secondo le stime riportate dalla Camera di Commercio, la metà di questa soia arriva solo ed esclusivamente dal cuore del Brasile.

Rubare spazio a territori dove prima sorgevano habitat naturali per gli animali selvatici per dare spazio a coltivazioni, o addirittura a nuovi pascoli o allevamenti, significa eliminare le barriere naturali tra l’uomo e gli animali selvatici, portatori di pericolosi virus con cui convivono

Si tratta di un enorme ciclo chiuso, che lega indissolubilmente le abitudini alimentari dell’intero pianeta, e il modo in cui siamo abituati a trattare la natura, all’attuale pandemia in corso.

Proprio questo è il momento per capire che non esistono scelte personali, ma solo scelte che in un modo o nell’altro influiscono non solo sul destino degli animali, ma di tutti noi

Per fortuna, possiamo fare tanto, anche nel nostro piccolo. Scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – la carne e prodotti derivati animali è un primo passo che ognuno di noi può compiere, ed è la prima cosa che ognuno di noi può scegliere di fare per aiutare il Pianeta: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.