Le risorse del Pianeta stanno finendo

La prima manifestazione per l’ambiente

Il 22 aprile di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Terra – o Earth Day – promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite in 193 paesi.

Prima che l’Earth Day fosse istituzionalizzato e celebrato ogni anno in tutto il mondo, i temi ambientali furono al centro del dibattito di un gruppo di giovani attivisti americani a causa dello scoppio di un pozzo petrolifero al largo della costa di Santa Barbara, in California, nel 1969.

Un gravissimo incidente che provocò lo sversamento in mare di più di 11 milioni di litri di petrolio, uccidendo qualcosa come 10.000 tra uccelli, delfini, foche e leoni marini.

Per creare una visione collettiva e condivisa dei problemi trattati, si cominciò a parlare di salvaguardia della Terra e della biodiversità nelle Università, tramite l’organizzazione di forum educativi.

Grazie alla mobilitazione dei movimenti studenteschi ambientalisti e pacifisti e all’appoggio del senatore Gaylord Nelson, particolarmente sensibile ai temi ambientali, il 22 aprile 1970 circa 20 milioni di americani scesero in piazza per richiamare l’attenzione delle Istituzioni sul tema ambientale e inserire la salvaguardia del Pianeta e delle specie che lo abitano tra le priorità dell’agenda politica.

Fu la più grande manifestazione nella storia degli Stati Uniti.

Da allora è passato mezzo secolo, ma i problemi legati alla salvaguardia dell’ambiente sono oggi più che mai attuali e urgenti.

Cambiamento climatico e consumo di carne

Il tema della Giornata della Terra 2020 non poteva che essere il cambiamento climatico e tutte le conseguenze che esso porta con sé, a partire dalla pandemia che abbiamo affrontato.

Sì, perché i cambiamenti climatici, la distruzione della biodiversità, la deforestazione, l’utilizzo sregolato del suolo, l’intensificazione della produzione agricola e zootecnica e il crescente commercio illegale di animali selvatici, aumentano la trasmissione di malattie infettive dagli animali agli esseri umani (le cosiddette malattie zoonotiche), come si pensa sia avvenuto anche per il COVID-19.

È per questo che abbiamo lanciato una campagna mondiale per chiedere all’ONU di bandire per sempre i wet market, i mercati umidi dove animali selvatici e non convivono in gabbie strette e sporche, per essere uccisi sul posto  a costo di terribili sofferenze e creando il  terreno fertile per la diffusione delle zoonosi.

Animal Equality è da sempre in prima linea nel sottolineare come gli allevamenti intensivi, oltre che essere luoghi infernali per gli animali, siano strettamente correlati al drammatico fenomeno del cambiamento climatico.

A febbraio 2020 abbiamo organizzato una grande mobilitazione sul Tower Bridge di Londra insieme all’attore da Oscar Joaquin Phoenix, nostro grande sostenitore.

Volevamo lanciare un messaggio molto chiaro: gli allevamenti intensivi stanno distruggendo il nostro pianeta ed è necessario ridurre o smettere di consumare alimenti di origine animale per fermare questa strage.

A settembre 2019 siamo stati in Brasile, lì dove la Foresta Amazzonica un tempo prosperava indisturbata, per documentare la deforestazione selvaggia – si parla di una perdita pari a un campo da calcio al minuto  –per far posto ai pascoli di bovini, la cui carne arriva anche sulle tavole degli italiani.

Quanto inquinano gli allevamenti?

Secondo il Rapporto sulle emissioni del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), entro la fine del 2020 dobbiamo diminuire le emissioni globali di CO2 del 7,6% e mantenere costante questa diminuzione ogni anno per non far salire il riscaldamento globale oltre la soglia di 1,5 ° C.

In tutto questo, gli allevamenti intensivi detengono un triste primato.

Stando ai dati FAO – The Food and Agriculture Organizationil 15% circa delle emissioni di gas serra è riconducibile agli allevamenti intensivi e ad attività a essi correlate.

Per rendere l’idea, l’intero settore dei trasporti, ossia la somma di tutti i veicoli su strada, di tutti gli aerei, le navi e i treni che si muovono sulla Terra, è responsabile solo del 14% di queste emissioni.

Gli allevamenti intensivi non inquinano solo l’aria, ma anche i terreni, le falde e i nostri mari: è stato calcolato che un allevamento di mucche da latte con circa 2500 animali produce più rifiuti di una città di 411.000 persone.

E non finisce qui.

I rischi per la nostra specie

La soglia di +1,5 ° C di riscaldamento terrestre “consentito” indicata dall’UNEP, se superata, scatenerebbe terribili conseguenze per l’ecosistema naturale, distruggendo interi habitat e tutti gli animali che li popolano. Si stima che circa un milione di specie animali e vegetali siano in pericolo di estinzione.

È sbagliato pensare che il cambiamento climatico e la conseguente perdita di biodiversità sia un problema che riguarda altre specie viventi: è in primis un problema della nostra specie, quella umana. 

La perdita della biodiversità incide sulla qualità della vita e sulla sopravvivenza di ciascuno di noi, anche se non ce ne rendiamo conto in maniera diretta.

Per esempio, le variazioni della diversità biologica della Terra possono direttamente ridurre le risorse di cibo, di acqua, di carburante, di materiali da costruzione, e anche di medicinali, producendo un impatto economico enorme.

Inoltre, la biodiversità ci fornisce una serie di servizi gratuiti che assicurano che l’aria che respiriamo sia pulita e che l’acqua che beviamo sia potabile, perché gli ecosistemi sono i principali meccanismi naturali di riciclo di aria, acqua e nutrienti indispensabili per la vita sulla terra

Infine, come abbiamo visto, garantire eterogeneità delle specie e degli habitat significa anche essere meno vulnerabili alle epidemie.

Senza di noi, la Terra potrebbe tranquillamente continuare a prosperare, ma senza l’equilibrio naturale l’uomo non potrebbe sopravvivere.

“Quando si pensa alla terra si pensa anche al benessere degli uomini, ma non è invece possibile pensare al benessere degli uomini senza quello della terra.”

Mario Tozzi, Divulgatore scientifico

Oggi più che mai abbiamo bisogno di mettere al centro del dibattito la salute della Terra e quella delle specie che la popolano: il futuro si costruisce nel presente, con le proprie scelte personali.

Per fare la differenza non dobbiamo stravolgere la nostra vita, basta un piccolo cambiamento: abbiamo tre grandi occasioni al giorno per contribuire alla creazione di una mondo più giusto e più sano: i nostri pasti.

Si tratta di iniziare a considerarli per quello che realmente sono, ossia lo specchio del mondo che desideriamo per noi e per le generazioni future.