Tutto quello che devi sapere su Seaspiracy


Abbiamo visto il nuovo documentario di denuncia sulla pesca, realizzato dai produttori di Cowspiracy  e What The Health, ed ecco le nostre considerazioni e perché devi vederlo!

Dal 24 marzo è disponibile su Netflix il documentario di denuncia Seaspiracy, prodotto dai realizzatori dei documentari Cowspiracy e What the Health.

Il proposito di questo documentario è mostrare il terribile impatto dell’uomo sugli ecosistemi marini, a realizzare il lungometraggio è il regista Ali Tabrizi. 

Guarda qui il trailer di Seaspiracy:

“Seaspiracy” è il frutto di anni e inchieste, condotte dal regista Tabrizi insieme al produttore esecutivo Kip Andersen, noto per aver realizzato il documentario “Cowspiracy”. Seaspiracy vuole raccontare tutti gli aspetti in cui la nostra vita ha impatto sui sistemi marini, ma conducendo diverse indagini il focus si indirizza sempre più sui sistemi di pesca intensiva, definiti a più riprese come i principali colpevoli della fine della vita negli oceani. 

La polemica sul documentario Seaspiracy

Ancora prima di uscire il documentario Seaspiracy ha già scatenato le ire dell’industria del pesce: sul documentario è intervenuto il National Fisheries Institute (NFI), che ha scritto a Netflix criticando aspramente il documentario dichiarando: “un pezzo di propaganda vegana di novanta minuti e lo definisci un ‘documentario’ è falso”.

Stando a notizie di stampa, il National Fisheries Institute avrebbe addirittura suggerito a Netflix di creare una nuova categoria di contenuti “di propaganda”, basati su menzogne ed esagerazioni, categoria in cui sicuramente i produttori di pesce avrebbero voluto inserire il documentario Seaspiracy.

Nonostante le polemiche il documentario è uscito, oggi 24 marzo, ed è ora disponibile alla visione di tutti. Vediamo alcuni dei temi principali di cui tratta.

Caccia al tonno: l’oro rosso che sta sparendo per sempre

Il viaggio del regista parte dal Giappone, più specificatamente nella baia di Taiji – dove già era stato girato un altro importantissimo documentario The Cove, diretto da Louie Psihoyos, che descrive proprio la caccia del delfino che si svolge in questo luogo – qui migliaia di delfini vengono uccisi, mentre solo pochi vengono prelevati per essere venduti ai parchi acquatici.

Proseguendo nelle sue ricerche Ali Tabrizi scopre che i delfini vengono uccisi principalmente perché ritenuti la “concorrenza” all’industria del tonno rosso, i delfini vengono massacrati a migliaia in queste acque perché colpevoli di mangiare troppo pesce; troppo di quel tonno rosso che al mercato di Tokyo vale miliardi di dollari. 

Ma la verità è che oggi meno del 3% dei tonni rossi è sopravvissuta nei nostri mari a causa della pesca intensiva.

Nel mercato del pesce di Taiji non si trovano solo i tonni rossi ma anche centinaia di squali, le cui pinne vengono prelevate e spedite principalmente in Cina dove la zuppa di pinne di squalo viene considerata come simbolo di benessere – una ciotola può arrivare a costare anche 100 dollari – ma continuando nelle sue ricerche il regista scopre che la principale minaccia agli squali (e non solo) è un’altra.

Foto di Animal Equality Italia

Seaspiracy racconta il dramma della cattura “accessoria”

Con cattura accessoria si intendono tutti gli animali marini che finiscono nelle reti da pesca in modo “accidentale”. Si stima che di tutto il pescato mondiale il 40% rappresenti pescato accessorio, questi animali vengono ributtati in mare, ma il più delle volte sono già morti. 

Parliamo di squali, tartarughe marine, foche, uccelli marini, delfini e qualunque altra specie possa incontrare le reti nel suo percorso. Praticamente tutte visto che nel mare ci sono oltre 4 miliardi e mezzo di pescherecci commerciali.

Basti pensare, come raccontano gli attivisti di Sea Shepherd –  organizzazione che si occupa proprio della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini – intervistati nel corso del documentario che sulla costa francese vengono uccisi circa 10.000 delfini all’anno come catture accessorie, 10 volte di più dei delfini uccisi nella baia di Taiji in Giappone e queste uccisioni avvengono da almeno 30 anni a questa parte.

La conclusione è una sola: la più grande minaccia per balene e delfini (ma anche altre specie marine) è la pesca commerciale.

Seaspiracy svela cosa c’è dietro le etichette “salva delfino”

Credere che la pesca commerciale sia responsabile della morte di così tanti cetacei nel mare può essere difficile, lo è anche per il regista di Seaspiracy Ali Tabrizi, che decide così di parlare con l’Earth Island Institute responsabile del marchio “salva delfinoche si trova sopra le scatolette di tonno o i prodotti a base di tonno e dovrebbe certificare che il tonno in questione sia stato pescato senza catturare “accidentalmente” alcun delfino.

Ma le parole del responsabile intervistato durante il documentario sono poco rassicuranti, alla domanda del regista, “Si può garantire che tutte le scatolette con etichetta “Salva delfino” siano effettivamente state prodotte senza uccidere delfini” risponde:

“No, nessuno lo può fare, nessuno lo può garantire, quando le navi sono  nell’oceano non si può sapere cosa fanno”.

Come spiega poi alle telecamere, ci sono osservatori che saltuariamente si trovano a bordo delle navi, ma questi possono anche essere corrotti, alla fine questa etichetta si basa solo sulla fiducia nelle parole del capitano della nave, una garanzia poco rassicurante. 

Seaspiracy: ecco chi è il vero colpevole della plastica nei mari

Il regista Ali Tabrizi affronta in Seaspiracy uno dei temi più caldi della nostra epoca, l’inquinamento di mari e oceani causato dalla plastica. 

Tutti noi negli ultimi anni abbiamo riconosciuto l’urgenza di ridurre i nostri consumi di plastica visto il gravissimo impatto ambientale che questa ha sugli ecosistemi marini (e non solo), abbiamo visto anche grandissime aziende rinunciare ai “monouso” – ovvero tutti quei dispositivi di plastica come cannucce, bicchieri o piatti, che vengono usati solo una volta e poi eliminati e che contribuiscono ad aumentare l’inquinamento degli oceani. 

Ma una delle scioccanti scoperte del regista di Seaspiracy è che oltre il 46% della plastica nel Great Pacific Garbage Patch – il più grande accumulo di plastica e microplastiche galleggiante al mondo, situato nell’Oceano Pacifico – è composta da reti da pesca.

Le reti e altri attrezzi per la pesca si trovano negli stomaci degli animali spiaggiati, avvolgono qualunque pesce o mammifero incontrino portandolo alla morte, ma le grandi organizzazioni che si schierano contro la plastica non sembrano voler parlare del problema.

I nostri sforzi si concentrano sull’eliminare l’uso delle cannucce di plastica, che rappresentano lo 0,03% della plastica nell’oceano, ma poche realtà suggeriscono di rinunciare o ridurre il consumo di pesce per ridurre l’uso di attrezzi in plastica nella pesca intensiva e il loro relativo inquinamento.

Seaspiracy: la pesca intensiva è la più grande minaccia agli ecosistemi marini

Più della caccia alle balene, più delle bottigliette di plastica, più di tutto il resto, la pesca intensiva è la principale minaccia alla vita dei nostri mari, e a tutti gli animali che vi abitano

Mentre le pubblicità di pesce ci parlano di capitani con la barba su velieri o di barchette di pescatori in mezzo al mare, la verità dell’industria è tutt’altra: è una macchina tecnologica perfetta, studiata per massimizzare i profitti dell’industria, raccogliendo più pesci possibili.

Vengono così pescati e uccisi – stando a quanto riportato in Seaspiracy – 2.7 miliardi di pesci ogni anno, 5 milioni di pesci vengono uccisi ogni minuto. 

Nessun’altra industria nel mondo ha mai ucciso così tanti animali come l’industria della pesca intensiva. Tanto che gli studiosi hanno già da tempo lanciato l’allarme, entro il 2048 i nostri oceani potrebbero essere vuoti.

Stiamo letteralmente uccidendo tutta la vita nei mari, senza renderci conto che senza l’ecosistema marino neppure la vita sulla terra può proseguire.

La risposta alla domanda di Seaspiracy: la pesca sostenibile non esiste 

No, è la risposta a cui giunge il regista di Seaspiracy: non esiste modo per rendere quello che stiamo facendo negli oceani sostenibile. Indagando sull’etichetta MSC la più grande organizzazione di certificazione per la pesca sostenibile, risulta chiaro quale sia il conflitto di interessi visto che l’80% dei guadagni viene dell’ente proviene proprio dal rilascio di etichetta ai brand produttori di pesce.

La pesca non è sostenibile per i pesci, non è sostenibile per gli ecosistemi, non è sostenibile per le persone ed è la più grave minaccia ai nostri oceani. Nonostante questo 35 miliardi di dollari di sussidi per la pesca vengono dati ogni anno nel mondo. 

L’allevamento ittico è parte del problema, racconta Seaspiracy

Per anni si è pensato che l’allevamento di pesci potesse essere una soluzione all’esagerato sfruttamento dovuto alla pesca, la soluzione a tutti i problemi. 

Recandosi in Scozia – tra i principali produttori di salmone al mondo – il regista di Seaspiracy si rende subito conto che non è così. 

Qui i salmoni vengono allevati a centinaia di migliaia in gabbie anguste, sporche, gli animali vengono letteralmente mangiati vivi dai parassiti e stando a quanto riportano gli attivisti locali alle telecamere, in alcuni allevamenti il 50% dei pesci non arriva alla macellazione, perché muore prima, una vera e propria strage.

Proprio come ha documentato Compassion in World farming in un’investigazione che abbiamo da pochissimo rilasciato condotta proprio tra gli allevamenti di salmoni in Scozia. 

salmoni allevamenti intensivi scozia
Foto di Compassion in World Farming

L’allevamento ittico poi presenta altri due problemi principali: l’inquinamento che produce è devastante per l’ambiente, parliamo di rifiuti biologici dei pesci, ma anche di scarti di prodotti chimici usati per curarli o per fare disinfestazioni dai parassiti.

Il secondo problema è l’alimentazione dei pesci carnivori che vengono allevati, come i salmoni, che si nutrono di mangimi a base di farina e olio di pesce, che per essere prodotti però richiedono la pesca – in mare aperto – di una enorme quantità di pesci e pertanto portano a proseguire lo sfruttamento delle risorse marine. 

La soluzione per porre fine a questa crudeltà 

Miliardi di animali che vivono nel mare stanno morendo in questo momento, vittime della pesca intensiva. Pesci, mammiferi, uccelli marini, e con loro muoiono anche gli ecosistemi, distrutti dalla perdita di biodiversità, ma anche da sistemi di pesca come quella a strascico.

Quello che ci dimostra sicuramente il documentario Seaspiracy è che dobbiamo mettere fine a tutto questo, ora, e dobbiamo farlo per il bene dei pesci, animali sensibili, intelligenti e troppo spesso considerati come di serie “B” rispetto ad altri, lo dobbiamo fare per il nostro pianeta che non può sopravvivere senza mari e oceani sani, e lo dobbiamo fare per noi stessi, se vogliamo continuare a vivere su questo pianeta.

L’industria della pesca come dimostra Seaspiracy è un’industria forte, spietata, crudele, ma ognuno di noi ha il potere di fare qualcosa per contrastarla: ogni giorno hai il potere di scegliere di non finanziare questa industria, di lasciare la sofferenza dei pesci, dei mari fuori dal tuo piatto.

Intervistata nel documentario Seaspiracy la celebre biologa marina Sylvia Earle ha voluto lanciare un appello a tutti quanti, parlando della scelta che ognuno di noi può fare di non consumare più pesce ha detto:

“Ognuno può fare qualcosa, questa è una cosa che possiamo fare, tutti noi la possiamo fare e subito, guardiamoci allo specchio, facciamolo”

Sylvia Earle, Biologa marina

Le alternative esistono, proprio come mostra nei suoi passaggi finali il documentario Seaspiracy l’industria delle alternative al pesce è in crescita e rinunciare a questo alimento non comporta alcun rischio per la salute, neppure il tanto nominato Omega-3 è un problema, poiché si può trovare in altre fonti vegetali che, oltretutto, hanno il vantaggio di non contenere metalli pesanti, come il Mercurio, che invece si trovano nel pesce.

Cosa aspetti a fare la tua scelta, scegli di cambiare la vita per i pesci e per i nostri mari, visita Love Veg per sapere tutto su un’alimentazione 100% a base vegetale.

Oltre alle principali tematiche che abbiamo affrontato nell’articolo il documentario Seaspiracy tocca altri temi molto importanti che riguardano l’industria del pesce in tutto il mondo, ma che non troverai qui approfonditi.

Temi come lo sfruttamento delle riserve ittiche da parte di compagnie internazionali di paesi come l’Africa, l’uso di schiavi a bordo dei pescherecci, le infiltrazioni di organizzazioni criminali, i casi di diversi osservatori dei governi che dovrebbero vigilare sulla pesca a bordo della navi, scomparsi o assassinati. 

Tutte tematiche che dimostrano ancora una volta quanto questa industria sia potente e spietata, temi che ti invitiamo ad approfondire guardando ora il documentario Seaspiracy su Netflix.

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